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Le Cantate di Johann Sebastian Bach: terza Domenica dopo l’Epifania

gbopera - Dom, 26/01/2025 - 00:17

“Was mein Gott will, das g’scheh allzeit” BWV 111 è la terza Cantata bachiana in programma la terza Domenica dopo l’Epifania. Eseguita per la prima volta a Lipsia il 21 gennaio 1725, questa partitura ha alla base un testi di Albrecht Margravio di Brandenburg-Ansbach (1490-1568) la cui prima strofa era presente come brano finale della Cantata BWV 72 che abbiamo già trattato. Nella Cantata BWV 111 delle 4 stanze di 8 versi ciascuna di consta il carme, sono mantenute integre solo la prima e l’ultima, in apertura e chiusura della partitura, mentre la seconda concorre ad ispirare i nr. 2 e 3, la terza strofa i nr.4 e 5. È da notare che echi variati della melodia del Corale, che fra l’altro è tratto da una “Chanson” di  Claudin de Sermisy (circa 1495-1562) si trovano anche nell’aria del basso (nr.2), nella ricorre anche una citazione di un verso del Lied. Il Coro introduttivo (Nr.1) ha un carattere relativamente semplice, si tratta di un brano concertante su “cantus firmus” ai soprani, a note lunghe e con interventi in imitazione ai valori perlopiù dimezzati da parte delle altre voci omofonicamente disposte. Un brano strumentale di 16 battute funge da preludio e da postludio al tempo stesso essendo riproposto il “da capo” subito dopo l’enunciazione dell’ottavo e ultimo versetto. Altri brevissimi episodi strumentali si hanno tra un versetto e l’altro e con maggiore ampiezza al termine di ogni strofa.  Una pagina di grande intensità che l’aria del basso che segue (Nr.2)  forse non riesce a mantenere, ma è piena di salti nel continuo, per cui l’atmosfera si mantiene tesa fino al recitativo del Contralto (Nr.3). Segue un eccellente duetto tra contralto e tenore (Nr.4), che cantano in canone per gran parte del movimento e sono guidati da un bell’accompagnamento orchestrale. Poiché le parole si riferiscono al seguire Dio con passi coraggiosi, l’uso del canone sembra appropriato. Un recitativo per soprano (Nr.5) conduce al Corale finale (Nr.6).
Nr.1 – Coro
Ciò che il mio Dio vuole, sempre si compie,
la sua volontà è per il meglio,
egli è pronto ad aiutare
coloro che credono fermamente in lui.
Soccorre nel bisogno, questo Dio giusto,
e punisce con moderazione.
Chi confida in Dio e conta su di lui
non sarà mai abbandonato.
Nr.2 – Aria (Basso)
Non temere, mio cuore,
Dio è tua forza e speranza
e la vita della tua anima.
Si, a ciò che la sua saggezza decide
il potere dell’uomo e del mondo
non può opporsi.
Nr.3 – Recitativo (Contralto)
Folle, chi si allontana da Dio
e come Giona
fugge lontano dalla sua presenza; 
persino i vostri pensieri sono a lui noti
e i capelli del vostro capo
sono tutti contati. 
Beati coloro che si rimettono alla sua
protezione nella fiducia della fede,
rivolgendosi alla sua parola e promessa
con pazienza e speranza.
Nr.4 – Aria/Duetto (Contralto, Tenore)
Procedo dunque con passo sicuro
anche se Dio mi conduce alla tomba.
Dio ha scritto i miei giorni 
e così, quando la sua mano mi toccherà,
farà svanire l’amarezza della morte.
Nr.5 – Recitativo (Soprano)
E quando infine la morte estirperà
con violenza l’anima dal suo corpo,
accoglila, Dio, nelle tue fedeli mani di padre!
Quando male, morte e peccato lottano
Contro di me ed il mio letto di morte
diventa un campo di battaglia, allora aiutami,
affinchè trionfi la mia fede in te!
O fine beata e a lungo desiderata!
Nr.6 – Corale
Una cosa ancora, Signore, ti chiedo,
non puoi negarmela:
quando sarò tentato dallo spirito maligno,
non farmi soccombere.
Aiutami, guidami, proteggimi, o Dio,
mio Signore, per l’onore del tuo nome.
Chiunque desidera ciò, sarà esaudito;
perciò dico con gioia: Amen.
Traduzione Emanuele Antonacci

www.gbopera.it · J.S.Bach: Cantata “Was mein Gott will, das g’scheh allzeit” BWV 111

 

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Vascello: “Il rito”

gbopera - Sab, 25/01/2025 - 18:46

Roma, Teatro Vascello
IL RITO
l’arte è vita, è purificazione
di Ingmar Bergman
traduzione di Gianluca Iumiento
con
Alice Arcuri (Thea Winkelmann)
Giampiero Judica (Sebastian Fischer)
Alfonso Postiglione (Giudice Ernst Abrahmsson)
Antonio Zavatteri (Hans Winkelmann)
adattamento e regia Alfonso Postiglione
scene Roberto Crea
costumi Giuseppe Avallone
musiche Paolo Coletta
disegno luci Luigi Della Monica
partitura fisica Sara Lupoli
aiuto regia Serena Marziale
Roma, 23 gennaio 2025
Alfonso Postiglione ce lo dice chiaramente: “L’unica sacralità possibile è contenuta, prima ancora che nell’atto, nello sforzo artistico.” Ed è proprio questo il cuore pulsante dello spettacolo ”Il Rito”, tratto dall’omonimo film di Ingmar Bergman.  Qui, l’arte è il centro del conflitto, la scintilla che accende tensioni, mette a nudo fragilità e, soprattutto, destabilizza.  Tre artisti, Hans, Thea e Sebastian, interpretati magistralmente da Antonio Zavatteri, Alice Arcuri e Giampiero Judica, che si trovano a difendere il loro controverso spettacolo davanti al giudice Ernst Abrahmsson, portato in scena dallo stesso Alfonso Postiglione, che cerca di discernere tra oscenità e arte.  Ma, come ben presto ci accorgiamo, il vero scandalo non è lo spettacolo: è la vita stessa, con le sue relazioni ambigue, le sue pulsioni sfacciate e i suoi desideri irrisolti. Qui sta il ribaltamento: non sono gli artisti sotto processo, ma il giudice, la morale e, forse, anche il pubblico. La scena è un colpo d’occhio: uno spazio bianco, quasi ipnotico, avvolge tutto come una tela non ancora dipinta. Ma al centro, ecco il giudice: innalzato su una piattaforma cubica, quasi fosse un piccolo Olimpo burocratico. “Rintanato lassù, rifugiato dal mondo,” dice Postiglione, e in effetti questa scelta visiva suggerisce un personaggio che si crede al di sopra delle bassezze umane, ma che presto viene contaminato dai “germi della libertà artistica”. Il contrasto tra il bianco immacolato e il nero è potente, simbolico: da una parte, il caos emotivo degli artisti, un bianco che si riempie di significati; dall’altra, l’ordine preteso dal giudice, che cerca di delimitare, contenere. Gli interpreti sono eccellenti. Ma ciò che colpisce di più non sono le parole, bensì i loro corpi. Ogni movimento sembra un atto comunicativo, quasi a voler dire che l’arte vera non si può spiegare, solo vivere. Thea è bellissima e nevrotica, fragile e seducente. “Il loro è un assedio volontario, un contagio artaudiano,” ci suggerisce Postiglione. E ha ragione: gli artisti invadono lo spazio con la loro fisicità, portando sulla scena relazioni tanto malate quanto irresistibili.  Anche i costumi parlano, con toni di bianco e nero, a tratti quasi nudi, avvolti da lenzuola che sembrano partecipare alla danza del vedo e non vedo; in sintonia con il loro linguaggio corporeo, curato da Sara Lupoli.  All’inizio, il giudice appare come un cerimoniere imparziale, una figura istituzionale che osserva e giudica dall’alto. Ma lentamente, scena dopo scena, si rivela per quello che è: un uomo fragile, tormentato dalla solitudine e, infine, preda dei tre artisti. Il climax arriva con la performance finale, il rito; il cui simbolismo si fa totale, il no-sense esplode e tutto si rivela: L’arte scardina le certezze morali e sociali,” scrive Postiglione, e non potremmo essere più d’accordo.  Il tema della censura emerge come un moloch che ingoia tutto, ma lo spettacolo ci suggerisce che censurare l’arte significa censurare la vita stessa. Il Rito ci ricorda che l’arte non può essere contenuta: è un atto sacro, necessario, e il tentativo di “normalizzare” è destinato al fallimento. Alla fine l’applauso è un atto catartico, un piccolo rito collettivo, quasi a liberarci del peso di ciò che abbiamo visto. Perché si va incontro ad un’esperienza che scuote, sfida e, infine, purifica. Finché c’è arte, c’è sacralità. E finché c’è sacralità, c’è speranza. foto e trailer Il rito • Ente Teatro Cronaca

 

Categorie: Musica corale

Roma, Museo della Fanteria: “Salvador Dalì, tra arte e mito” dal 25 gennaio al 27 luglio 2025

gbopera - Sab, 25/01/2025 - 11:00

Roma, Museo Storico della Fanteria
SALVATOR DALI’. TRA ARTE E MITO
Roma, 25 gennaio 2025
Il Surrealismo non è solo una corrente artistica, è un atto rivoluzionario contro la tirannia della realtà“, scriveva André Breton nel suo Manifesto del Surrealismo. Questa affermazione trova piena realizzazione nell’opera di Salvador Dalí, figura monumentale del movimento e artefice di un immaginario capace di piegare la realtà ai meccanismi del sogno. In questo spirito si inserisce la mostra “Salvador Dalí, tra arte e mito”, inaugurata il 25 gennaio 2025 presso il Museo Storico della Fanteria dell’Esercito Italiano a Roma, un evento destinato a lasciare il segno nella scena culturale romana e internazionale. Fino al 27 luglio, il pubblico è invitato a un viaggio straordinario che restituisce, in tutta la sua complessità, il genio di un artista capace di trasformare l’inconscio in visione e la visione in materia. Patrocinata dalla Regione Lazio, da Roma Capitale – Assessorato alla Cultura Italia e dall’Oficina Cultural de la Embajada de España, la mostra si configura come un’occasione unica per avvicinarsi all’universo di Dalí, un mondo dove ogni dettaglio racchiude una profonda riflessione sul tempo, lo spazio e la natura stessa dell’esistenza. La conferenza inaugurale ha visto la partecipazione di Vincenzo Sanfo, curatore dell’esposizione, che ha presentato il progetto con una visione critica e articolata, guidando i presenti attraverso le trame concettuali del percorso espositivo. Salvatore Lacagnina, Responsabile di Navigare, ha sottolineato il potere evocativo dell’arte daliniana nel coinvolgere il pubblico non solo come osservatore, ma come parte attiva di un dialogo universale. A suggellare l’evento, l’intervento dell’Ambasciatore del Regno di Spagna in Italia, Miguel Fernández-Palacios M., ha enfatizzato il significato diplomatico e culturale della mostra, quale simbolo di una collaborazione artistica tra due Paesi uniti dalla comune eredità mediterranea. Il percorso espositivo si snoda attraverso circa 80 opere provenienti da collezioni private di Belgio e Italia, offrendo una prospettiva complessiva sul linguaggio multiforme dell’artista. Le opere esposte non si limitano a una sequenza cronologica, ma costruiscono un dialogo serrato che intreccia le molteplici declinazioni della sua produzione: dipinti, sculture, ceramiche, incisioni, litografie e oggetti peculiari come boccette di profumo si alternano in un crescendo emotivo e visivo. Ciascun lavoro è pensato come una finestra aperta sull’immaginario di Dalí, un invito a perdersi nei labirinti della sua psiche, dove il confine tra realtà e sogno si dissolve per lasciare spazio a un territorio fatto di simboli e suggestioni. La mostra va oltre la celebrazione della figura di Dalí come genio isolato , ma lo colloca nel contesto più ampio del surrealismo europeo, attraverso la presenza di opere di altri protagonisti del movimento, tra cui René Magritte, Max Ernst, Man Ray, Leonor Fini e Giorgio de Chirico. Questa coralità restituisce l’idea di un’avanguardia collettiva, un laboratorio di idee che ha ridefinito i confini dell’arte del Novecento. I rimandi e le influenze reciproche tra gli artisti in mostra emergono come una trama intellettuale, sottolineando il ruolo del surrealismo non solo come movimento estetico, ma come vero e proprio paradigma filosofico. Particolare rilevanza è attribuita agli storici sodalizi di Dalí con figure come Federico García Lorca e Luis Buñuel, i cui lavori sono evocati attraverso disegni, documenti e frammenti cinematografici che completano l’allestimento. Le litografie ispirate alla Divina Commedia e gli schizzi inediti legati alle collaborazioni con Lorca offrono uno spaccato della fervida creatività dell’artista, che ha saputo attraversare con disinvoltura il confine tra le arti visive e letterarie. Questo approccio interdisciplinare conferisce alla mostra una profondità narrativa che arricchisce l’esperienza del visitatore. Le opere di Dalí non si limitano a essere oggetti d’arte, ma diventano strumenti di riflessione e scoperta, capaci di stimolare emozioni e pensieri in chiunque si avvicini al loro fascino. L’evento si pone come un momento cardine nel panorama culturale del Giubileo 2025, offrendo una prospettiva unica sull’arte come veicolo di trasformazione e dialogo universale. La mostra non è solo un omaggio al genio di Dalí, ma un invito a riflettere sul potere dell’immaginazione e sulla capacità dell’arte di trascendere i limiti del tempo e dello spazio. Ogni opera è una testimonianza della sua inesauribile sperimentazione e del suo desiderio di sondare le profondità dell’inconscio umano. Dalí non è mai stato un semplice creatore di immagini, ma un alchimista dell’immaginario, capace di trasmutare il visibile in una dimensione dove il reale si piega ai dettami del sogno. La mostra restituisce al pubblico non solo l’opera di un artista, ma la visione di un uomo che ha fatto dell’arte una porta aperta sull’infinito.

 

 

 

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “Il Caso Jekill”

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 23:59

Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
IL CASO JEKYLL
tratto da Robert Louis Stevenson
adattamento Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini
con Sergio Rubini, Daniele Russo
e con
Geno DianaRoberto SalemiAngelo ZampieriAlessia Santalucia
scene Gregorio Botta
scenografa Lucia Imperato
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
progetto sonoro Alessio Foglia
foto di scena Flavia Tart
Fondazione Teatro Di Napoli – Teatro Bellini
Marche Teatro
Teatro Stabile di Bolzano
Roma, 24 gennaio 2025
“Io porto in me stesso la garanzia del mio destino, il fardello di questo potere inestinguibile che si chiama il male.
” – Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde
Il 1885 vide l’irrompere sulla scena letteraria di un’opera in grado di svelare le pieghe più oscure della psiche umana: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson. Non si tratta di una semplice storia gotica, ma di una vera e propria esegesi sulla natura umana e sul conflitto tra le pulsioni contrapposte che albergano nell’animo di ciascun individuo. Stevenson scava nel profondo, dipingendo una dicotomia universale: il bene e il male, il razionale e l’irrazionale, il conformismo sociale e il desiderio di abbandono al primordiale. Henry Jekyll, luminare della scienza e uomo di riconosciuta rispettabilità, si fa alchimista delle sue stesse tenebre, sperimentando sulla propria carne il dualismo che governa l’esistenza. Edward Hyde, il frutto mostruoso di questa discesa negli abissi, non è altro che la manifestazione tangibile di un inconscio liberato dai lacci della morale vittoriana. In questa lotta interiore, Stevenson anticipa il pensiero psicoanalitico che, pochi anni dopo, avrebbe rivoluzionato la comprensione della mente umana. L’ombra di Sigmund Freud sembra aleggiare tra le pagine del romanzo, laddove il “male” non è più un elemento esterno, ma una parte intrinseca e ineliminabile dell’Io. Non è un caso che l’opera sia stata ripresa innumerevoli volte, adattata a contesti e sensibilità diverse, come nel caso dello spettacolo teatrale Il Caso Jekyll, prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Marche Teatro e Teatro Stabile di Bolzano. Questo adattamento, firmato da Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini, trasforma la narrazione di Stevenson in un rito scenico che dialoga con la contemporaneità. Rubini, demiurgo e interprete, costruisce un allestimento che fonde tensione narrativa, riflessione filosofica e suggestioni visive. La figura di Jekyll non è più soltanto un medico in cerca della verità, ma un simbolo universale di un’umanità divisa tra aspirazioni di purezza e abissi di corruzione. Come spiega lo stesso regista: “Henry Jekyll è uno studioso della mente, simbolo di un’epoca che scopriva l’Inconscio, e Hyde diventa la proiezione di quell’ombra che tutti portiamo dentro. Il nostro racconto non si limita a rievocare il romanzo, ma lo rilegge attraverso le inquietudini del presente.La scenografia di Gregorio Botta contribuisce a questa visione, creando uno spazio di confine, un palazzo di vetro smerigliato che si presta a infinite interpretazioni: una prigione mentale, un laboratorio dell’anima, una metropoli vittoriana intrappolata nella nebbia del tempo. Le luci orchestrate da Salvatore Palladino trasformano ogni angolo del palcoscenico in un quadro vivente, oscillando tra penombra e bagliore improvviso, tra sogno e incubo. I costumi di Chiara Aversano, fedeli all’epoca storica, aggiungono un ulteriore strato di narrazione visiva, sottolineando il dualismo dei personaggi. Il cuore pulsante dello spettacolo è la performance di Daniele Russo, che si sdoppia nei ruoli di Jekyll e Hyde con una potenza interpretativa che lascia senza fiato. Jekyll è rappresentato come un uomo fragile, dilaniato dal desiderio di trascendere i limiti umani, mentre Hyde emerge come una forza primitiva, una belva luciferina che non conosce freni. Russo modula la voce e il corpo in un gioco di contrasti continui, incarnando con rara maestria l’eterna lotta tra luce e ombra. Sergio Rubini, oltre a dirigere, si ritaglia il ruolo del narratore e del dottor Lanyon. La sua presenza scenica è discreta ma fondamentale, un filo conduttore che guida lo spettatore attraverso i meandri della storia. La narrazione è arricchita dal progetto sonoro di Alessio Foglia, una sinfonia di suoni che non si limita ad accompagnare l’azione, ma ne diventa parte integrante. Ogni rumore – lo scroscio dell’acqua, il passo sul selciato, il fischio sinistro di Hyde – amplifica la tensione e immerge lo spettatore in un universo sensoriale totale. Il Caso Jekyll si distingue per la sua capacità di mantenere alta la tensione narrativa, senza cedimenti, fino al climax finale. La metamorfosi di Jekyll in Hyde non è solo fisica, ma profondamente esistenziale, una parabola sulla condizione umana e sui limiti della civiltà. La regia di Rubini non si accontenta di una lettura superficiale del testo, ma lo sviscera, interrogando lo spettatore con domande scomode: quanto sottile è la patina di moralità che ci separa dal caos? Fino a che punto possiamo controllare l’ombra che ci abita? L’esperienza teatrale offerta da questo spettacolo è totalizzante. Ogni elemento – dalla scenografia ai dettagli scenici, dalla recitazione alla colonna sonora – concorre a creare un’opera corale di straordinaria complessità. Non è solo un tributo al romanzo di Stevenson, ma una sua rigenerazione, una sfida che invita il pubblico a riflettere sul proprio rapporto con l’oscurità interiore. In scena al Teatro Quirino di Roma, Il Caso Jekyll non è semplicemente uno spettacolo, ma un viaggio nelle profondità dell’anima, un’allegoria moderna sulla fragilità della condizione umana. Dopo il calar del sipario, lo spettatore non può fare a meno di portare con sé le domande sollevate dalla rappresentazione, interrogandosi sulla propria natura e sul sottile confine che separa la ragione dalla follia, il bene dal male, l’uomo dalla sua ombra. @Photocredit Flavia Tartaglia

Categorie: Musica corale

Napoli, Teatro di San Carlo: ” Velluti: L’ultimo castrato” 30 gennaio 2025

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 18:34

Napoli, Teatro di San Carlo
VELLUTI: L’ULTIMO CASTRATO
Controtenore
Franco Fagioli
Dirige
George Petrou
Il Teatro San Carlo di Napoli è lieto di presentare, giovedì 30 gennaio alle ore 20, il concerto-evento “Velluti: L’Ultimo Castrato”, un omaggio unico e coinvolgente alle sonorità che hanno segnato l’epoca d’oro del belcanto. Sul podio, il celebre direttore George Petrou, guida con maestria l’orchestra in un programma ricco di suggestioni musicali, affiancato dal controtenore di fama internazionale Franco Fagioli, la cui straordinaria vocalità ridà vita alla tradizione virtuosistica dei castrati. Il concerto esplora le sfumature emotive e tecniche di un repertorio prezioso e affascinante, con opere che spaziano dalle melodie immortali di Gioachino Rossini, come la Sinfonia di Tancredi e la struggente scena di Arsace tratta da Aureliano in Palmira, ai brani meno noti ma altrettanto ricchi di pathos e virtuosismo di compositori come Paolo Bonfichi, Giuseppe Nicolini, Nikolaos Mantzaros, Johann Simon Mayr e Saverio Mercadante. Ogni pagina musicale, accuratamente selezionata, mette in luce la bellezza e l’intensità delle arie che furono scritte per esaltare la tecnica vocale e la capacità espressiva degli interpreti di un’epoca irripetibile. Un’esperienza imperdibile, dove l’arte del passato si fonde con l’interpretazione moderna, offrendo al pubblico del San Carlo una serata di straordinaria eleganza e coinvolgimento. Per informazioni e prenotazioni, è possibile contattare la biglietteria del Teatro San Carlo  o visitare il sito ufficiale qui.

Categorie: Musica corale

Roma, Villa Farnesina: “Gianfranco Baruchello. Mondi possibili”

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 17:15

Roma, Villa Farnesina
GIANFRANCO BARUCHELLO. MONDI POSSIBILI
a cura di Carla Subrizi
Roma, 24 gennaio 2025
Dal 25 gennaio al 3 maggio 2025 l’Accademia Nazionale dei Lincei Fondazione Baruchello presentano a Villa Farnesina a Roma la mostra “Gianfranco Baruchello. Mondi possibili”, a cura di Carla Subrizi, in concomitanza con il Convegno Internazionale di Studi sull’opera dell’artista che si terrà il 23 e 24 gennaio 2025 presso l’Accademia Nazionale dei Lincei. Entrambe le iniziative fanno parte delle iniziative del centenario della nascita di Gianfranco Baruchello (Livorno 1924 – Roma 2023). La mostra, in un percorso che si snoda tra gli spazi interni ed esterni della Villa, propone, con una selezione di opere di Gianfranco Baruchello, un dialogo a distanza tra storia, iconografie e immaginari appartenenti a epoche differenti. Arte e storia si aprono a un confronto non soltanto tra passato e presente, ma anche tra ispirazione e creazione, possibilità e irreale. Nelle parole della curatrice, Carla Subrizi, presidente della Fondazione Baruchello: “I mondi possibili si configurano quindi quando il tempo perde la sua articolazione: le sequenze si interrompono, il passato arriva per sorprenderci e il presente si realizza come incursione nel già stato. L’interazione tra opere non produce soltanto incontri ma forme di interrogazione tra fasi ed epoche, tra modelli della storia e conseguenze di essi: passato e presente – e non soltanto antico e contemporaneo, termini in un certo modo chiusi in sé stessi – trovano modi di dialogare inediti ed efficaci. I mondi possibili nascono mettendo in relazione esperienze, storie, memoria, per produrre corto circuiti: premessa che è stata da sempre presente nella ricerca di Baruchello”. La storia, l’inconscio, il sogno e l’ambiente, temi tutti presenti nei cicli degli affreschi della Villa Farnesina, sono stati continuamente indagati da Baruchello e tornano in questa mostra, con otto grandi opere, attraverso una molteplicità di media differenti, tra cui la pittura, l’oggetto, l’installazione, l’immagine in movimento. Gianfranco Baruchello con il suo lavoro radicale e indipendente, che ha attraversato sette decenni tra ventesimo e ventunesimo secolo, ha spesso affermato che tutta la sua opera sia stata il tentativo di costruire “piccoli sistemi” in grado di contrastare i grandi sistemi della storia, della politica e dell’ideologia. Cosa avviene se un artista del ventesimo secolo, Gianfranco Baruchello, incontra Raffaello? Se la ninfa Galatea, opera di Raffaello presente negli affreschi della Loggia omonima, trova dinanzi a sé il tragitto di un fiume (Il Fiume, 1982-1983) pensato da un artista vissuto 500 anni dopo, come un percorso tortuoso, pieno di ostacoli? Se Raffaello pensa Galatea attraverso le Metamorfosi di Ovidio, Baruchello si autoritrae nel corso di un fiume, in un’opera lunga ben 15 metri, che nel suo articolarsi, scopre la difficoltà a fluire, a essere quel che dovrebbe, a causa di alterazioni degli equilibri sia naturali (ambientali, geografici, sociali) che dell’esperienza vissuta.   Anche le altre opere della mostra dialogano con gli ambienti della Villa Farnesina. Case nomadi  e fragili  (La casa in fil di ferro, 1975, nella Sala del Fregio); monumenti a coloro che sono stati dimenticati dalla storia (Monumento ai non eroi, 1962, nella Sala delle Nozze di Alessandro Magno e Rossane); riflessioni sulla cartografia di un territorio attraverso una geografia “sensibile” (Rilievo ideale, 1965, nella Sala 5); stratificazioni sia temporali che spaziali della complessità dei cicli pittorici di Villa Farnesina colte nella misura ridotta di uno spazio non grande (Oh, Rocky Mountains Columbine, 1966, nella Saletta pompeiana); sguardi che dalla storia continuano a guardarci e a interrogarci (La storia ci guarda, 1972-2018, Sala 4); oggetti apribili che mostrano l’inconscio, la memoria e territori delle psiche ancora da esplorare (Murmur, 2015, nella Loggia di Amore e Psiche); un giardino di piante molto belle e seducenti che si rivelano essere in grado di costituire un pericolo (Giftpflanzen, Gefahr! (Piante velenose, pericolo!), 2009, nei giardini storici della Villa). Photocredit© Alessia Calzecchi_Murmur

Categorie: Musica corale

Napoli, Teatro di San Carlo: “Don Carlo”

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 16:51

Napoli, Teatro di San Carlo, Stagione d’opera e danza 2024/25
DON CARLO
Opera in cinque atti di Giuseppe Verdi
Libretto di Joseph Méry e Camille du Locle, tratto dalla tragedia “Don Karlos, Infant von Spanien” di Friedrich Schiller
Traduzione italiana di Achille De Lauzières e Angelo Zanardini
Filippo II JOHN RELYEA
Don Carlo PIERO PRETTI
Rodrigo GABRIELE VIVIANI
Il grande inquisitore ALEXANDER TSYMBALYUK
Un frate GIORGI MANOSHVILI
Elisabetta di Valois RACHEL WILLIS-SØRENSEN
La principessa Eboli VARDUHI ABRAHAMYAN
Tebaldo MARIA KNIHNYTSKA 
Il conte di Lerma IVAN LUALDI
Un araldo reale VASCO MARIA VAGNOLI
Una voce dal cielo DÉSIRÉE GIOVE
Primo deputato SEBASTIÀ SERRA
Secondo deputato YUNHO KIM
Terzo deputato MAURIZIO BOVE
Quarto deputato IGNAS MELNIKAS
Quinto deputato GIOVANNI IMPAGLIAZZO
Sesto deputato ANTIMO DELL’OMO
Il giullare (attore) FABIÁN AUGUSTO GOMEZ
Don Carlo ragazzo MICHELE CRICRI (VIDEO)
Rodrigo ragazzo LORENZO MATTIA MORESCHI (VIDEO)
Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Henrik Nánási
Maestro del Coro Fabrizio Cassi
Regia Claus Guth ripresa da Marcelo Persch-Buscaino
Scene Etienne Pluss
Costumi Petra Reinhardt
Luci Olaf Freese riprese da Virginio Levrio
Video Roland Horvath
Drammaturgia Yvonne Gebauer
Produzione del Teatro di San Carlo in coproduzione con Latvijas Nacionālā Opera un Balets
Napoli, 19 gennaio 2025
Al San Carlo di Napoli, arriva Don Carlo di Verdi nell’edizione italiana (Modena, 1886): si tratta dell’edizione in cinque atti, caratterizzata dal reinserimento del primo atto (eliminato nella versione in quattro atti; 1884) e dalla soppressione del balletto (presente, invece, nella versione francese in cinque atti, 1867). È la storia dell’amore impossibile tra Don Carlo, infante di Spagna, ed Elisabetta di Valois costretta dalla «ragion di Stato» a contrarre matrimonio col re, Filippo II. Il disegno registico, affidato a Claus Guth (ripreso da Marcelo Persch-Buscaino), rinvia a un mondo fatto di elementi architettonici e di «didascaliche» citazioni pittoriche: l’atmosfera cupa d’un salone (disegnato da Etienne Pluss e illuminato da Olaf Freese, che riprende le luci da Virginio Levrio), l’austera tribuna del coro e la riproduzione, su una tenebrosa parete, della Famiglia di Carlo IV di Francisco Goya; un dipinto che, qui, svolge la funzione di leitmotiv «figurativo», paradigmatico dell’invivibilità dello «spazio» familiare, che prescinde dal contesto storico originario (la Francia e la Spagna cinquecentesche). Il regista effettua un’operazione di «desacralizzazione» dell’aristocrazia e di neutralizzazione del potere assolutistico. Soltanto che ciò avviene attraverso movimenti danzati e convenzioni «gestuali» un po’ macchinose. Infatti, la caratterizzazione dei personaggi viene affidata al linguaggio cinematografico (determinato da proiezioni d’immagini, di Roland Horvath – come quelle ritraenti Carlo e Rodrigo da ragazzini (interpretati rispettivamente da Michele Cricri e Lorenzo Mattia Moreschi; video che fanno parte del progetto drammaturgico di Yvonne Gebauer). La caratterizzazione «teatrale» e psicologica, nel Don Carlo, interessa anche, e soprattutto (parafrasando Massimo Mila), la scrittura strumentale, affrontata da Henrik Nánási – alla testa dell’Orchestra del San Carlo – con un approccio un po’ «descrittivo» e non propriamente drammatico o «evocativo»: la costruzione dei tormenti emotivi e dei sentimenti dei personaggi viene demandata e affidata soprattutto alle voci. Le melodie orchestrali procedono un po’ «staticamente»; ciò, però, non accade quando gli strumenti possono intervenire «solisticamente», come il violoncello nel preludio orchestrale del quarto atto, che riesce a evocare la tragica, rassegnata e irrimediabile solitudine di re Filippo; o quando l’orchestra è alle prese con l’energia espressionistica dell’introduzione dell’autodafé (atto terzo). Notevole il cast dei cantanti, avvolti peraltro negli appropriati e severi costumi di Petra Reinhardt: John Relyea garantisce a Filippo II una caratterizzazione teatrale inappuntabile, non soltanto per l’appropriata «condotta vocale», ma anche per la variegata «mobilità» dei sentimenti, tra dignitosa rassegnazione e irrisolvibile disperazione. Timbro scurissimo, intimistica bellezza melodica e declamazione efficace consentono al basso di affrontare il grande monologo all’inizio del quarto atto, Ella giammai m’amò!. Il re, perdutamente innamorato di lei, Elisabetta di Valois, interpretata da Rachel Willis-Sørensen. Il soprano presta alla regina un comportamento teatrale costruito attraverso una misurata agitazione emotiva, come se un sentimento di estrema «rassegnazione» e un atteggiamento «remissivo», nei confronti della soffocante potenza delle «vanità del mondo», avessero un po’ preso il sopravvento sul temperamento estremamente complesso della sovrana. Ma, premesso ciò, resta un’interpretazione corretta – determinata soprattutto da morbidezza vocale e da una soave e ricercata purezza di stile, ravvisabili, per esempio, nel profilo melodico e nei momenti lirici dell’aria dell’ultimo atto Tu che le vanità conoscesti del mondo. Il mezzosoprano Varduhi Abrahamyan riesce ad affrontare l’ambiziosa scrittura vocale (come l’aria O don fatale, atto quarto), attraverso cui Verdi intendeva restituire un ritratto «caratteristico» della principessa Eboli, determinato da una nervosa sensualità. La cantante affronta correttamente la coloratura della Canzone del Velo (atto secondo), ma il materiale vocale non viene inserito in un disegno «teatrale» di caratterizzazione del personaggio, restando «agganciato» a un’espressività un po’ generica, sia pure formalmente corretta. Il tenore Piero Pretti garantisce, invece, al suo Carlo delle qualità vocali degne del personaggio: efficaci momenti lirici e una parola declamata determinata, all’occorrenza, anche da accenti di carattere «drammatico». Un ritratto psicologico perfetto, caratterizzato da ricchezza e pienezza vocali e anche da momenti di «agitata» passionalità, sempre però stilisticamente appropriata. Un Carlo da manuale, anche nella caratterizzazione del suo rapporto di fraterna amicizia con Rodrigo, interpretato da Gabriele Viviani: il baritono, attraverso una corretta emissione nelle zone «drammatiche» della tessitura acuta, presta al Marchese di Posa una voce elegantemente declamante, utile al cantante per dare forma al disperato amore patriottico del personaggio per la Fiandra. Completano il cast: l’ottimo Alexander Tsymbalyuk che, attraverso una voce potentemente grave, restituisce in modo appropriato la severità e l’intransigenza del Grande Inquisitore; Giorgi Manoshvili (Un frate), Maria Knihnytska (Tebaldo), Ivan Lualdi (Il conte di Lerma), Vasco Maria Vagnoli (Un araldo reale), Désirée Giove (Una voce dal cielo), Sebastià Serra (Primo deputato), Yunho Kim (Secondo deputato), Maurizio Bove (Terzo deputato), Ignas Melnikas (Quarto deputato), Giovanni Impagliazzo (Quinto deputato), Antimo Dell’Omo (Sesto deputato), Fabián Augusto Gómez (Il giullare, attore). Ottimo anche l’apporto fondamentale del Coro, preparato da Fabrizio Cassi. In definitiva, enorme successo di pubblico, nonostante qualche contestazione al progetto registico. Repliche fino al 31 gennaio. Foto Luciano Romano

Categorie: Musica corale

Milano, Teatro Menotti: “Crisi di nervi. Tre atti unici”

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 16:36

Milano, Teatro Menotti, Stagione di Prosa 2024/25
“CRISI DI NERVI. TRE ATTI UNICI”
di Anton Cechov
“L’ORSO”
Elena Ivanovna Popova MADDALENA CRIPPA
Grigorij Stepanovič Smirnov ALESSANDRO SAMPAOLI
Luka SERGIO BASILE
“I DANNI DEL TABACCO”
Ivan Ivanovič Njuchin GIANLUIGI FOGACCI
“LA PROPOSTA DI MATRIMONIO”
Stepan Stepanovič Čubukov SERGIO BASILE
Natal’ja Stepanovna EMILIA SCATIGNO
Ivan Vasil’evič Lomov ALESSANDRO AVERONE
Regia Peter Stein
Scene Ferdinand Woegerbauer
Costumi Anna Maria Heinreich
Luci Andrea Violato
Produzione Tieffe Teatro e Quirino srl
Milano, 21 gennaio 2025
A volte frequentando i teatri di Milano, tendiamo a dimenticare l’interezza della realtà teatrale, assuefatti come siamo a tutte queste forme teatrali ibridate ed ibridanti così care ai palchi meneghini – teatro di narrazione, teatro-canzone, post-drammatico, teatro dell’io, teatro di figura, teatro di  e altre amenità. Tuttavia, dobbiamo ricordarci sempre che esiste ancora Peter Stein, fra gli ultimi esponenti di quella école des maîtres cui naturalmente appartenevano anche Strehler, Ronconi, de Berardinis. Brooke e non molti altri, che per tutta la vita hanno praticato il teatro nella sua forma più pura e, se vogliamo, civilizzante: il teatro di parola. Stein, infatti, è l’ultimo venerato maestro che si preoccupi ancora oggi di come i suoi attori recitino, l’ultimo grande insegnante di recitazione, non un burattinaio paradrammaturgico interessato a esprimere il proprio ego aldilà di quello che avviene in scena. E quindi, andando a vedere le sue “Crisi di nervi, Tre atti unici” di Cechov, al teatro Menotti, assistiamo al miracolo di vedere messo in scena effettivamente Cechov (detto, recitato, inscenato come Cechov) recitato da attori bravi, la cui arte specifica è proprio recitare, e non sbrodolare in scena pezzettini della propria vita, traumi esistenziali, doti canore non richieste, annessi e connessi; e noi, tra il pubblico, possiamo prenderci il paradossale lusso di vedere degli attori recitare, finalmente, RECITARE e molto bene. Magnificamente recita Maddalena Crippa, col suo tono fascinoso contraltile e quella leggerissima nenia che ricorda proprio il teatro di inizio Novecento, fisicamente altera nel ruolo arcigno della vedova Popova; recita altrettanto bene Sergio Basile, perfettamente a contatto con tutte le proprie possibilità vocali, e in grado di essere convincente sia nel ruolo grottesco – quasi marionettistico – del maggiordomo Luka, come in quello dell’apparentemente pacioso Stepan de “La proposta di matrimonio”; recita sorprendente bene – per una questione d’età, più che altro – anche Emilia Scotigno, che con la sua naturalezza e la leggerezza che conferisce al personaggio ne coglie, in verità, l’essenza più crudele e paradossale; accanto a lei Alessandro Averone costruisce Lomov a partire dal corpo: acciacchi, nevrosi, costrizioni di vestiario, coprono l’attore quasi cancellandone l’avvenenza fisica, l’intenzione vocale, ma è in questo “quasi” il punto, perché il personaggio c’è tutto, avviluppato sulle sue isteriche questioni di principio, che hanno più valore dell’amore per Natal’ja. Forse meno riuscite le interpretazioni di Alessandro Sampaoli e Gianluigi Fogacci, che incorrono, entrambi, nel problema del teatro di parola, ovvero nella ripetività delle intonazioni, delle intenzioni, delle cadenze – pur ciascuno nel suo personaggio: così Smirnov si caratterizza solo esteriormente, nella sua virulenza e nel vocione tonante, e Njuchin assume, suo malgrado, un andamento professorale, deliberativo, che non aiuta la fruizione migliore del monologo. La regia di Peter Stein, manco a dirla, è perfetta: il ritmo non conosce impasse, la prossemica dei personaggi, la loro rappresentazione non ha una smagliatura; certamente anche le scene essenziali di Ferdinand Woegerbauer e gli accuratissimi costumi di Anna Maria Heinreich non ostacolano, ma anzi esaltano questa regia, inserendola chiaramente in un contesto storico che ne giustifichi le dinamiche e le vocalità. Alla fine dello spettacolo ci sorprendiamo di essere noi, lì, e gli attori pure, non proiettati da un antico, rumoroso apparecchio d’antan; eppure questo teatro “vecchio”, sa ancora essere fresco, sa ancora intrattenere, emozionare – forse perché, riconosciamolo, vecchio non è e non sarà mai. E allora viva Peter Stein! E viva il teatro! Foto Tommaso Le Pera

 

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Genova, Teatro Carlo Felice: “La Traviata” ( Cast alternativo )

gbopera - Ven, 24/01/2025 - 16:26

Genova, Teatro Carlo Felice, Stagione 2024-2025
LA TRAVIATA” 
Melodramma in tre atti; libretto di Francesco Maria Piave da “La dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry ELENA SCHIRRU
Alfredo Germont KLODJAN KAÇANI
Giorgio Germont LEON KIM
Flora Bervoix CARLOTTA VICHI
Annina CHIARA POLESE
Gastone ROBERTO COVATTA
Il barone Douphol CLAUDIO OTTINO
Il dottor Grenvil FRANCESCO MILANESE
Il Marchese d’Obigny ANDREA PORTA
Giuseppe GIULIANO PETOUCHOFF
Domestico di Flora  LORIS PURPURA
Un commissionario FILIPPO BALESTRA
Orchestra e Coro dell’Opera Carlo Felice di Genova
Direttore Renato Palumbo
Maestro del coro Claudio Marino Moretti
Regia Giorgio Gallione
Scene e Costumi Guido Fiorato
Coreografie DEOS
Luci Luciano Novelli
Genova, 18 Gennaio 2025.
Se un giorno i teatri, per abbattere costi e migliorare i profitti, si daranno ad allestir opera attraverso l’AI (l’Intelligenza Artificiale) questa rappresentazione genovese di Traviata potrebbe rivelarsi propedeutica. Dalla messa in scena, alla conduzione dell’orchestra e, inevitabilmente, alla prestazione vocale tutto è fissato con implacabile determinazione, lasciando spazi esigui alla fallacità e all’estro capriccioso dell’intelligenza naturale. A-sentimentale e meccanicistico è l’approccio che la regia di Giorgio Gallione dà alla vicenda della povera Violetta. Le scene e i costumi di Guido Fiorato e le splendide luci di Luciano Novelli, sono giocate sul bianco (poco) e nero, al più screziato di rosso sanguigno, evidente e non sempre gradevole riferimento, vedi il fazzoletto di Violetta, al male della protagonista. Pur scontando il bell’effetto visivo, la produzione avrebbe potuto essere allestita autonomamente sul plot di un computer a cui fossero state fornite le didascalie del libretto. Anomali, in siffatto contesto, e di oscuro simbolismo, il bianco albero decorticato, reso enorme candeliere, e l’invasivo tappeto di mele (sic) con frutti rotolanti fin dentro la buca orchestrale. Mele sparse in luogo del giardino tra i campi nella residenza fuori città di Violetta. Ci si è messo anche Renato Palumbo, alla testa dell’Orchestra del Carlo Felice, in ottima forma, a meccanizzare l’esposizione musicale. Non c’è segno della partitura che non venga seguito, ma con l’impegno della minor espressività possibile. La musica è quella che è, inutile gravarla eccessivamente della labile e mobile componente umana. Accenti, sforzando, note puntate e forcelle, inseriti in un contesto ritmicamente inesorabile, in cui nessun rubato trova spazio. Il colore sonoro alterna il piano e il forte e sono evitati indugi e ripensamenti sfumati. Di Violetta, fin dal preludio, si fissa la morte e la cupezza dell’introduzione al quarto atto ne è la pietra tombale. Il contesto essenzialmente cupo e freddo non facilita certamente i tre giovani protagonisti. Elena Schirru ha voce, pur con timbro non ricchissimo di armonici, educatissima che corre bene anche nel gran spazio del Carlo Felice. L’orchestra inesorabilmente le scorre parallela e, negl’insieme, la regia la costringe desolatamente all’isolamento. Nell’incontro fatale con Germont padre, del secondo atto, i due protagonisti son confinati agli estremi opposti del palco e così pure con Alfredo viene evitato ogni avvicinamento affettuoso. La lettura della lettera, su un’orchestra spettrale, è artificiosa e termina con un “E’ tardi!” così straziante da non volersi mai sentire. Il personaggio si umanizza, dopo un primo atto più da Olympia che da Valery, quando nella scrittura della sua lettera, nel secondo atto, il clarinetto solista la sostiene con nove battute che valgono le lacrime. Non è secondario che il fisico e la giovane età la caratterizzino perfettamente col personaggio. Altrettanto giovane ed aitante è l’Alfredo del tenore albanese Klodian Kaçani. Ricco e luminoso il timbro, sempre buoni e ben gestiti i centri. Un vibrato spiccato pare rendergli difficoltose le salite, in cui si coglie come, a tratti, sopra al rigo, la gola paia restringersi. Il personaggio è comunque psicologicamente centrato e convincente. Leon Kim, in nero abito talare con croce pettorale (?), dà voce sicura, ferma e forse anche un poco inespressiva al poco amabile vecchio Germont. I suoi mezzi, che forse assai poco debbono alla natura, suonano molto esaltati grazie allo studio e alla meticolosa preparazione che caratterizza la maggior parte degli interpreti orientali. Il personaggio rimane inchiodato all’enigma dei “terribili” padri verdiani; di conseguenza anche il Di Provenza, come peraltro è nelle intenzioni dell’autore, non gli fa ricuperare simpatie, rimane l’inevitabile aria, cantata correttamente senza passione, che dà giusta rilevanza alla prestagione complessiva di un baritono. L’Annina di Chiara Polese, impone la sua classe di attrice e di cantante ben reggendo il confronto con Violetta. All’attacco dell’atto quarto le due voci conducono, con sicurezza ed armonia, il confronto. Misteriosa la ragione per cui indossi, durante tutta l’opera, un elegante frac maschile, forse che si sottintenda un qualche rapporto con Flora, la brava Carlotta Vichi, anch’essa sempre in frac e marsina. Tra le parti che animano la recita si fanno positivamente notare e valutare il Gastone di Roberto Covatta, il barone e il marchese, rispettivamente interpretati da Claudio Ottino e da Andrea Porta. Francesco Milanese è il dottor Grenvil, onnipresente in sceda nell’ultimo atto. Intervengono, al bisogno, svolgendo onorevolmente il loro compito, Loris Purpura, Giuliano Petouchoff e Filippo Balestra, rispettivamente domestico, Giuseppe e commissionario. Le danze, sovrabbondanti nel primo atto, imprescindibili nel terzo, sono ottimamente agite dai numerosi danzatori presentati dall’enigmatica DEOS. L’ottimo Coro dell’Opera Carlo Felice, felicemente e sapientemente guidato dal Maestro Claudio Marino Moretti, pur abbigliato in neri scafandri che ne fanno un’orda di automi da Guerre Stellari, ha contribuito in modo determinante alla buona riuscita dello spettacolo e ad arricchirlo con quel tanto di umanità che altrimenti avrebbe eccessivamente latitato. Lo strabocchevole pubblico di un uggioso sabato pomeriggio, pur con qualche incertezza lungo la recita, ha in finale decretato, con applausi prolungatissimi, un successo incondizionato, che si è amplificato all’indirizzo dei singoli interpreti e trasformato in vera ovazione quando sul proscenio si sono presentati Elena Schirru e il maestro Palumbo.

 

 

 

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Roma, Teatro dei Servi: “Il berretto a sonagli”

gbopera - Gio, 23/01/2025 - 23:59

Roma, Teatro dei Servi
Alt Academy Produzioni presenta
IL BERRETTO A SONAGLI
IL PARADOSSO DELL’ESISTENZA
di Luigi Pirandello
regia di Luca Ferrini
con Giovanni Prosperi, Alessandra Mortelliti, Paola Rinaldi, Andrea Verticchio, Antonia Di Francesco, Luca Ferrini, Marianna Menga, Veronica Stradella
Disegno Luci Cristiano Milasi
Musiche Giulio Ricotti
Scene Creazioni Sasone
Costumi Susanna Ciucci
Roma, 23 gennaio 2024
“Una corda, vossignoria, ci ha dentro: una corda civile! E bisogna girarla questa corda, secondo come vogliono loro; se no, s’imbizzarriscono!
” Questa frase, pronunciata da Ciampa in Il berretto a sonagli, è una chiave di lettura essenziale per comprendere l’intera opera di Luigi Pirandello. Essa racchiude il cuore del dramma: il conflitto tra verità e maschera sociale, l’eterno compromesso tra l’autenticità dell’individuo e le regole collettive che regolano le relazioni umane. La “corda civile” è una metafora che descrive il delicato equilibrio tra la necessità di conformarsi e il bisogno di esprimere la propria identità, un equilibrio che, se infranto, può portare a conseguenze devastanti. Pirandello, con la sua straordinaria capacità di analisi psicologica, utilizza i personaggi di Il berretto a sonagli per esplorare questa dicotomia universale. Beatrice Fiorica rappresenta l’autenticità che si ribella alle convenzioni, mentre Ciampa incarna l’intelligenza acuta di chi, pur consapevole della falsità del sistema, si adatta per sopravvivere. Questa tensione tra l’essere e l’apparire diventa il motore di un dramma che non smette di interrogare lo spettatore, ponendolo davanti alle contraddizioni dell’animo umano. La recente messa in scena di Il berretto a sonagli al Teatro dei Servi, diretta da Luca Ferrini e prodotta da Alt Academy Produzioni, riesce a restituire con straordinaria sensibilità la complessità del testo pirandelliano, rendendolo al contempo attuale. Ferrini opta per una regia essenziale, rinunciando agli elementi scenografici e costumistici d’epoca, ma preservando la forza e l’integrità della parola. Questa scelta si rivela vincente: la sobrietà visiva permette al pubblico di concentrarsi sulle dinamiche psicologiche e sui conflitti interiori dei personaggi, esaltando la potenza universale del dramma. Giovanni Prosperi, nel ruolo di Ciampa, offre una prova attoriale di altissimo livello. L’attore riesce a incarnare con grande naturalezza la doppiezza del personaggio, un uomo che, pur mantenendo un’apparente compostezza, cela una mente brillante e analitica. Prosperi attraversa le sfumature del personaggio con maestria, alternando momenti di riflessione contenuta a esplosioni di forza drammatica. La sua interpretazione restituisce la complessità psicologica di Ciampa, un uomo che usa l’ironia e la dissimulazione come strumenti per affrontare un sistema sociale intrinsecamente ipocrita. Accanto a lui, Alessandra Mortelliti, che interpreta Beatrice Fiorica, regala al pubblico una performance intensa e coinvolgente. La Mortelliti rende giustizia alla profondità del personaggio, una donna oppressa dal tradimento e dall’incomprensione di una società che le impone di tacere e accettare passivamente. La sua Beatrice è lacerata tra il desiderio di giustizia e la realtà di un mondo che condanna la sua ribellione. L’attrice riesce a trasmettere con forza ogni sfumatura di questo conflitto interiore, offrendo una figura tragica che suscita empatia e commozione. Ogni gesto, ogni espressione è intrisa di un pathos che cattura lo spettatore, portandolo a condividere il tormento della protagonista. Il resto del cast contribuisce in modo significativo alla riuscita dello spettacolo. Paola Rinaldi e Andrea Verticchio si distinguono per la loro capacità di modulare il registro drammatico, creando momenti di forte impatto emotivo. Antonia Di Francesco e Veronica Stradella aggiungono ulteriori livelli di intensità alle loro interpretazioni, dimostrando grande affiatamento con il resto della compagnia. Luca Ferrini, oltre a curare la regia, interpreta il commissario Spanò con misura e precisione, mantenendo un equilibrio perfetto tra il suo ruolo di interprete e quello di direttore d’orchestra delle dinamiche sceniche. Un elemento fondamentale di questa produzione è il disegno luci curato da Cristiano Milasi, che contribuisce a creare un’atmosfera suggestiva e profondamente evocativa. Le luci, dosate con sapienza, accompagnano lo spettatore nei momenti più intensi del dramma, passando da tonalità calde e accoglienti a colori più freddi e taglienti, in grado di riflettere il conflitto interiore dei personaggi. Questo uso sapiente dell’illuminazione non solo amplifica le emozioni in scena, ma aiuta anche a sottolineare i passaggi narrativi più significativi. Le musiche originali di Giulio Ricotti aggiungono un ulteriore strato di profondità all’esperienza teatrale. Le composizioni, delicate ma incisive, si integrano perfettamente con l’azione scenica, accompagnando lo spettatore in un viaggio emotivo che esalta la parola pirandelliana. L’uso della musica è discreto ma potente, capace di sottolineare i momenti di maggiore tensione senza mai risultare invadente. Anche l’aspetto visivo della produzione è curato nei minimi dettagli. La scenografia, firmata da Creazioni Sasone, è essenziale ma funzionale, lasciando spazio al testo e alle interpretazioni. I costumi moderni di Susanna Ciucci, sobri e raffinati, si adattano perfettamente alla scelta registica di attualizzare l’opera senza tradirne l’essenza. Questa semplicità visiva permette al pubblico di concentrarsi sull’intensità delle parole e delle emozioni, mantenendo vivo il legame con il contesto contemporaneo. La rappresentazione di Il berretto a sonagli al Teatro dei Servi riesce a coniugare il rispetto per il testo originale con una lettura moderna e incisiva, capace di dialogare con il pubblico di oggi. La regia di Ferrini, le straordinarie interpretazioni di Giovanni Prosperi e Alessandra Mortelliti, e il lavoro di una compagnia affiatata offrono una riflessione profonda e attuale sulle dinamiche sociali, sulle maschere che indossiamo e sul prezzo che paghiamo per vivere in una società fondata sull’apparenza. Pirandello, con la sua analisi acuta dell’animo umano, dimostra ancora una volta la sua capacità di trascendere il tempo e lo spazio, parlando a tutte le epoche con una lucidità che non smette mai di sorprendere. Questa produzione ne è una testimonianza vibrante, che emoziona, fa riflettere e conferma l’immortalità di un autore che continua a essere una voce imprescindibile della letteratura e del teatro mondiale. @Photocredit Teatro dei Servi

Categorie: Musica corale

Roma, Teatro Vascello: “Il grande vuoto” dal 28 gennaio al 02 febbraio 2025

gbopera - Gio, 23/01/2025 - 17:20

Roma, Teatro Vascello
IL GRANDE VUOTO
uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli
regia Fabiana Iacozzilli
drammaturgia Linda Dalisi, Fabiana Iacozzilli
dramaturg Linda Dalisi
con Ermanno De Biagi, Francesca Farcomeni, Piero Lanzellotti, Giusi Merli e con Mona Abokhatwa per la prima volta in scena
progettazione scene Paola Villani
luci Raffaella Vitiello
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
costumi Anna Coluccia
video Lorenzo Letizia
aiuto regia Francesco Meloni
scenotecnica Mauro ReaPaolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo
fonico Jacopo Ruben Dell’Abate, Akira Callea Scalise 
direzione tecnica Francesca Zerilli
assistenti Virginia Cimmino, Francesco Savino, Veronica Bassani, Enrico Vita
collaborazione artistica Marta Meneghetti, Cesare Santiago Del Beato
foto di scena Laila Pozzo
ufficio stampa Linee Relations
produzione CranpiLa Fabbrica dell’Attore-Teatro Vascello Centro di Produzione TeatraleLa Corte Ospitale, Romaeuropa Festival
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
con il sostegno di Accademia Perduta / Romagna TeatriCarrozzerie n.o.tFivizzano 27Residenza della Bassa SabinaTeatro Biblioteca Quarticciolo
Terzo capitolo della Trilogia del vento di Fabiana Iacozzilli – dopo La Classe e Una cosa enorme – Il grande vuoto ritorna al teatro Vascello con una messa in scena visionaria, che accosta alla narrazione teatrale il linguaggio multimediale per raccontare una famiglia e il suo doloroso, inesorabile disfacimento. «Il punto è trasformare il dolore in bellezza. Ci riusciremo ancora?» Fabiana Iacozzilli affida a Re Lear, una tra le più cupe tragedie di Shakespeare, il compito di trasfigurare il dolore attraverso il filtro teatrale. Con il suo ultimo lavoro, l’autrice porta sul palco l’amore tra una madre malata di Alzheimer e i suoi figli, inquadrando, con una messa in scena a metà tra teatro e riprese video in diretta, le fasi dell’ultimo pezzo di strada percorso da una famiglia prima di perdersi nel vuoto. Scritto a partire da improvvisazioni e testimonianze dirette e ispirato ai romanzi Una donna di Annie Ernaux, Fratelli di Carmelo Samonà e I cura cari di Marco Annicchiarico, lo spettacolo ritrae un’ex attrice, colpita da una malattia neurodegenerativa, alla quale rimane solo il ricordo di un monologo shakespeariano, mentre gli oggetti di una vita – vestiti, cartoline, calamite e fotografie – fanno da sfondo, come tracce tangibili di esistenze svanite. Il Grande vuoto indaga l’ultimo pezzo di strada che una famiglia percorre prima di svanire nel vuoto e, questo dissolversi, è amplificato dal progressivo annientamento delle funzioni cerebrali della madre a causa di una malattia neurodegenerativa. Al progressivo svuotarsi del cervello della madre fa eco lo svuotarsi di esseri umani dalla casa, mentre questa si popola di oggetti, di ricordi che aumentano pesano e riempiono tutte le stanze. Il lavoro trova risonanze e spunti in “Una donna” di Annie Ernaux, e nel romanzo “Fratelli” di Carmelo Samonà ed è il tentativo di raccontare una grande storia d’amore: quella tra una madre, i suoi figli e un padre che muore. Ne Il Grande vuoto la narrazione teatrale si contamina con il video per raccontare che grazie alle fotocamere Tapo e i loro video ad alta risoluzione con visione notturna fino a trenta piedi, un figlio può continuare a vivere la propria vita ed entrare senza essere visto in quella del proprio genitore. Guardare la madre giocare al solitario, fissare la televisione spenta, parlare con persone che non esistono, non farsi il bidet, piangere, stare seduta e ferma sul bordo del letto, passare la notte a tirare fuori dai cassetti fotografie pezzi di carta mutande sporche per poi rimetterli dentro. Tante le domande che ci hanno spinto a sprofondare in questa materia artistica, ad addentrarci in questa ricerca su cosa rimane di noi e se resta qualcosa di quello che siamo stati mentre ci approssimiamo alla fine, ma una su tutte è forse la più incandescente bella e giusta per il lavoro ed è quella letta in un fumetto della autrice Giulia Scotti: “il punto è trasformare il dolore in bellezza. Ci riusciremo ancora?

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Roma, Palazzo Merulana: “Aleardo Paolucci. 1927-2013. Tra Pienza, Siena e Roma sulle tracce di Pio II”

gbopera - Gio, 23/01/2025 - 11:54

Roma, Palazzo Merulana
ALEARDO PAOLUCCI. 1927-2013. TRA PIENZA, SIENA E ROMA SULLE TRACCE DI PIO II”
Palazzo Merulana diventa il teatro di un racconto unico, dove arte, memoria e territorio si intrecciano attraverso le opere di Aleardo Paolucci. L’artista, nato nel cuore della Val d’Orcia nel 1927 e scomparso nel 2013, ha dedicato la sua vita a immortalare la bellezza struggente di questa terra, rendendola protagonista di un dialogo universale tra passato e presente. La mostra “Aleardo Paolucci. 1927-2013. Tra Pienza, Siena e Roma sulle tracce di Pio II” celebra non solo l’indiscutibile talento del pittore, ma anche il suo profondo legame con il Rinascimento e con la figura di Pio II Piccolomini. L’esposizione rappresenta una delle tappe centrali del progetto quinquennale Paesaggi dell’anima – Paolucci. Il pittore, che dal 2023 al 2027 rende omaggio a un artista capace di coniugare tradizione e modernità. Dopo le tappe di Siena, presso il complesso museale Santa Maria della Scala, e Pienza, nella cornice del Collegio San Carlo Borromeo, la mostra giunge a Roma, arricchendo l’anno giubilare con una prospettiva artistica densa di suggestioni storiche. Le 54 opere esposte, realizzate in occasione del VI centenario della nascita di Papa Pio II, sono state esibite per la prima volta nel 2005 a Palazzo Piccolomini. Queste tele raccontano la vita di Enea Silvio Piccolomini, attingendo ai Commentarii, le celebri memorie autobiografiche del pontefice. I dipinti di Paolucci non si limitano a una semplice narrazione biografica, ma trasformano episodi storici in vere e proprie epifanie visive, catturando l’essenza di un’epoca. Il percorso espositivo è un invito a riscoprire il legame profondo tra arte e memoria storica. Partendo da Siena, passando per Pienza e culminando a Roma, l’itinerario riflette il viaggio ideale di Pio II, dalle sue radici culturali all’apice della sua carriera ecclesiastica. L’opera di Paolucci è qui un ponte tra passato e presente, capace di tradurre in forme pittoriche le aspirazioni e i conflitti di un’epoca straordinaria. Aleardo Paolucci non è solo un artista del territorio: è un narratore che con il suo pennello ha dato vita a storie universali. La sua tavolozza, vibrante e ricca di contrasti, cattura l’armonia tra paesaggi naturali e architetture rinascimentali, evocando atmosfere che trasportano lo spettatore in un tempo lontano. I dipinti in mostra celebrano questa tensione tra radici e aspirazioni, rendendo ogni quadro una finestra su un mondo fatto di luce, colore e memoria. Palazzo Merulana, con il suo ruolo di promotore culturale, si presta perfettamente a ospitare un progetto che connette storia e modernità. Le opere esposte dialogano con gli spazi del palazzo, arricchendo l’esperienza del visitatore e invitandolo a immergersi in una narrazione che supera i confini temporali. L’arte diventa qui uno strumento per interrogarsi sul significato della bellezza e sul suo valore nella contemporaneità. L’iniziativa, promossa da ENKI Produzioni e sostenuta da Pennington, Bass & Associates, vanta il patrocinio di istituzioni prestigiose come l’Archivio di Stato di Siena, il Comune di Siena, il MIC e la Regione Toscana. Questo network di collaborazioni sottolinea l’importanza di un progetto che celebra non solo l’opera di un grande artista, ma anche il patrimonio culturale italiano nel suo complesso. Le tele esposte offrono uno sguardo profondo sulla figura di Pio II, non solo come pontefice, ma come uomo del suo tempo. Attraverso il filtro pittorico di Paolucci, la vita di Enea Silvio Piccolomini emerge in tutta la sua complessità, intrecciando vicende personali e grandi eventi storici. Le scene raffigurate, ispirate ai Commentarii, offrono al pubblico un’esperienza immersiva, dove ogni dettaglio pittorico è un invito a esplorare più a fondo le radici culturali dell’Europa rinascimentale. L’esposizione non si limita a essere una celebrazione di Aleardo Paolucci, ma rappresenta anche un dialogo tra il passato e il presente. Siena, Pienza e Roma, luoghi simbolo di questa narrazione, diventano tappe di un viaggio che invita a riflettere sul valore della storia e dell’arte come strumenti per comprendere il mondo contemporaneo. Paolucci, con la sua capacità di dare forma alla memoria, offre una prospettiva unica sul potere evocativo dell’arte. Le tele, dominate da tonalità calde e luminose, rievocano non solo la bellezza del paesaggio toscano, ma anche la spiritualità che permea quei luoghi. La luce dorata che attraversa le colline, i dettagli architettonici dei palazzi e delle cattedrali, e i ritratti dei protagonisti storici creano un dialogo visivo che coinvolge ed emoziona. Ogni quadro è un viaggio nella storia, un invito a scoprire il legame profondo tra arte e territorio. I Commentarii di Pio II, fonte d’ispirazione per Paolucci, non sono solo un riferimento storico, ma una lente attraverso cui l’artista esplora la dimensione umana e spirituale del pontefice. Queste memorie autobiografiche, ricche di dettagli e riflessioni, diventano il filo conduttore di un percorso artistico che intreccia narrazione e immaginazione, dando vita a opere che vanno oltre il semplice racconto visivo. La mostra a Palazzo Merulana offre un’opportunità unica per riscoprire l’opera di Aleardo Paolucci in tutta la sua profondità. Non si tratta solo di una celebrazione artistica, ma di un invito a riflettere sul valore della memoria e sul ruolo dell’arte nel raccontare storie che trascendono il tempo. L’eredità di Paolucci risuona ancora oggi, dimostrando come la bellezza possa essere un ponte tra passato e presente.

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Roma, Casa Museo Boncompagni Ludovisi: “Tradizione e Innovazione. L’arte della ceramica Mileto”

gbopera - Gio, 23/01/2025 - 11:08

Roma, Casa Museo Boncompagni Ludovisi
TRADIZIONE E INNOVAZIONE. L’ARTE DELLA CERAMICA MILETO.
Dal 28 gennaio al 2 marzo 2025, la Casa Museo Boncompagni Ludovisi di Roma ospita la mostra Tradizione e Innovazione. L’arte della ceramica Mileto, un omaggio alla lunga e raffinata tradizione della manifattura fondata nel 1981 da Agatina Librando Mileto e dalle sue figlie Anna Aloisa e Angela Francesca. L’esposizione, curata da Matilde Amaturo, Anna Aloisa Mileto e Beatrice Savelloni, rappresenta un’occasione unica per ammirare il dialogo tra le opere contemporanee della manifattura e le collezioni ceramiche storiche della principessa Alice Blanceflor de Bildt, ereditate dallo Stato italiano. La mostra si inserisce in un contesto di valorizzazione delle arti decorative italiane, rivelando l’evoluzione di una produzione ceramica che ha saputo coniugare la fedeltà alla tradizione con la ricerca innovativa. Il percorso espositivo si snoda negli ambienti del piano nobile del villino Boncompagni Ludovisi, creando un suggestivo confronto tra la ricca eredità ceramica italiana e le creazioni della Manifattura Mileto. Attraverso le opere in esposizione, il pubblico può intraprendere un viaggio affascinante che abbraccia tempi e luoghi lontani. Le creazioni di Agatina Librando Mileto trovano ispirazione nelle grandi manifatture europee del Settecento, come quelle di Meissen e Sèvres, ma si aprono anche alle suggestioni dell’Oriente, evocando le delicate porcellane persiane, indiane e asiatiche, fino a giungere a Cina e Giappone. Queste influenze culturali sono reinterpretate con maestria attraverso una tecnica innovativa, che utilizza il terzo fuoco per creare decorazioni straordinariamente dettagliate e personali. Accanto a questo viaggio geografico, la mostra offre un’immersione nella storia dell’arte italiana, con richiami ai grandi maestri del Rinascimento e al loro uso sapiente del colore e delle forme. Ogni pezzo esposto è una testimonianza della capacità della decoratrice di sintetizzare stili e suggestioni, creando un’enciclopedia visiva in miniatura che celebra l’arte ceramica come forma di narrazione culturale. Il progetto della Manifattura L’Arte della Ceramica Mileto nasce dalla visione artistica e imprenditoriale di Agatina Librando Mileto, che ha iniziato la sua carriera negli anni Quaranta in Danimarca, per poi riportare in Italia una tradizione ceramica di straordinaria qualità. La sua eredità è stata raccolta e portata avanti con dedizione dalle figlie, che hanno saputo preservare la memoria artigianale di famiglia arricchendola con nuove tecniche e visioni. L’esposizione non è solo una celebrazione dell’arte ceramica, ma anche un tributo al lavoro femminile e al suo contributo al patrimonio artistico e culturale italiano. La famiglia Mileto, con il suo impegno e la sua passione, dimostra come l’artigianato possa evolversi in una forma d’arte che dialoga con il contemporaneo pur mantenendo vive le sue radici storiche. La mostra trova una collocazione ideale nella Casa Museo Boncompagni Ludovisi, diretta da Matilde Amaturo, che dal 1995 accoglie non solo le collezioni storiche, ma anche donazioni e acquisizioni di arte decorativa contemporanea. Questo spazio, afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della città di Roma, rappresenta un contenitore privilegiato per la promozione di iniziative culturali che intrecciano passato e presente. Il confronto tra le ceramiche della Manifattura Mileto e le collezioni storiche della principessa Alice Blanceflor de Bildt sottolinea il legame tra le radici storiche e l’innovazione contemporanea, arricchendo l’esperienza dei visitatori e ampliando il panorama della produzione artistica italiana del XX secolo. Tradizione e Innovazione. L’arte della ceramica Mileto offre un’occasione unica per scoprire il complesso lavoro artigianale che si cela dietro ogni manufatto ceramico, celebrando l’ingegno, la creatività e la passione di una famiglia che ha saputo trasformare la tradizione in un linguaggio artistico universale. Un appuntamento imperdibile per gli appassionati di arte e per tutti coloro che desiderano conoscere una storia di successo manifatturiero tutta al femminile.

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Roma, Sala Umberto: “L’arte della truffa”

gbopera - Gio, 23/01/2025 - 00:07

Roma, Sala Umberto
L’ ARTE DELLA TRUFFA
di Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia, Vincenzo Sinopoli
con Biagio Izzo, Carla Ferraro, Roberto Giordano, Ciro Pauciullo, Arduino Speranza, Adele Vitale
scene di Massimo Comune
disegno luci Luigi Raia
musiche di Gruppo SMP
costumi di Federica Calabrese
produzione esecutiva di Giacomo Monda.
produzione AG Spettacoli e Tradizione e Turismo
Regia di Augusto Fornari1
Roma, 15 gennaio 2025
Fino al 2 febbraio 2025, sul palco si consuma “L’Arte della Truffa”, una commedia che mescola con disinvoltura ironia e genialità narrativa, scritta da Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli, sotto la regia di Augusto Fornari. Il protagonista è Biagio Izzo, maestro del sorriso e del nonsense, affiancato da un cast variegato che comprende Carla Ferraro, Roberto Giordano, Ciro Pauciullo, Arduino Speranza e Adele Vitale. La storia ruota attorno a Gianmario, uomo rigorosamente legato al Vaticano, e a sua moglie Stefania, costretti a convivere con Francesco, fratello di lei e truffatore per vocazione, ora confinato agli arresti domiciliari. Come se l’atmosfera familiare non fosse già abbastanza esplosiva, un disastro economico travolge Gianmario, spingendolo a ingaggiare il cognato per salvare la faccia. L’improbabile alleanza tra il moralista e l’“artista della truffa” dà vita a una serie di situazioni che spingono lo spettatore a domandarsi se il fine giustifichi sempre i mezzi… mentre ride di gusto. Questa commedia è un cocktail ben shakerato di etica, disastri e genialità comica. Biagio Izzo, con il suo sorriso contagioso e la capacità di trasformare anche il silenzio in risata, guida lo spettacolo con una naturalezza disarmante. Il suo Gianmario è una miscela perfetta di umanità e goffaggine, un uomo che si muove con la grazia di un elefante in un negozio di cristalli, ma riesce comunque a far simpatizzare il pubblico. Carla Ferraro, nel ruolo di Stefania, è la voce della ragione… o almeno ci prova, mentre Francesco, interpretato con verve da Roberto Giordano, è il diavolo tentatore che tutti amiamo odiare. Un elemento che rende lo spettacolo fresco è l’uso della televisione come videocamera, un trucco narrativo che aggiunge modernità e una spruzzata di metateatro. Questo espediente, utilizzato con intelligenza, arricchisce la trama senza appesantirla, rendendo ancora più accattivanti le dinamiche tra i personaggi. E poi ci sono le scenografie di Massimo Comune, che riescono a trasformare il palco in un microcosmo di caos organizzato, una struttura  funzionale dove ogni dettaglio ha il suo perché. La musica, firmata dal Gruppo SMP, accompagna il tutto come una colonna sonora cinematografica, sottolineando con eleganza i momenti più comici e quelli più riflessivi. Il disegno luci di Luigi Raia, invece, sembra avere vita propria, creando atmosfere che passano dal grottesco al romantico con la fluidità di un maestro illusionista. Federica Calabrese si è superata nella creazione dei costumi, che non solo definiscono i personaggi, ma raccontano storie parallele. Gli abiti, colorati e un po’ sopra le righe, sembrano dire: “Ehi, prendiamoci meno sul serio!”, e questo vale sia per i personaggi che per gli spettatori. La regia di Fornari non lascia nulla al caso: il ritmo è serrato, i dialoghi sono una mitragliata di battute e le dinamiche di scena non conoscono momenti di stasi. Anche le ripetizioni di alcuni gesti o battute, che potrebbero sembrare un azzardo, si rivelano una trovata vincente, strappando risate e mantenendo alta l’energia. Biagio Izzo, col suo volto che è una miniera d’oro di espressività, è l’epicentro di questo terremoto comico. A volte si lascia prendere la mano e si dimentica di guardare il pubblico, ma chi potrebbe biasimarlo? Quando si è così dentro al personaggio, ogni tanto ci si scorda del resto del mondo. Il pubblico, dal canto suo, non si limita a ridere: partecipa, applaude, vive ogni momento con entusiasmo. E non è difficile capire perché: “L’Arte della Truffa” è uno spettacolo che parla a tutti, perché in fondo chi non ha mai dovuto fare i conti con un Francesco nella propria vita? O con un Gianmario, per quella materia? Andare a vedere questo spettacolo non è solo consigliabile, è quasi obbligatorio. E tranquilli, nessuno si sentirà truffato: le risate sono garantite e, per una sera, si può anche mettere da parte l’etica… almeno un po’.

 

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Opéra de Marseille, Giuseppe Verdi, “Messa da Requiem

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 21:49
Opéra de Marseille, saison 2024/2025 Orchestre et Chœur de l’Opéra de Marseille Direction musicale Michele Spotti Chef de Chœur Florent Mayet Soprano Angélique Boudeville Mezzo-soprano Anna Goryachova Ténor Ivàn AyonRivas Basse Simon Lim
Giuseppe Verdi: “Messa da Requiem” per soli, coro e orchestra Marseille, le 19 janvier 2025 Salle comble en ce dimanche 19 janvier pour cette date retenue depuis longtemps par tous les amateurs de Verdi, mais pas seulement. Peut-on rester insensible à ce monument musical ? Et musical semble être un mot assez faible si l’on songe à toutes les émotions contenues dans cette partition qui convie orchestre, chœur et solistes. Le public est frappé par les forces telluriques soulevées par la puissance de l’orchestre et du chœur. A la mort du poète Alessandro Manzoni qu’il admirait avec passion Giuseppe Verdi est effondré. Trop affecté pour se rendre à ses obsèques le compositeur décide de lui rendre hommage en lui dédiant une messe de requiem. Il a déjà un Libera me composé à la mort de Gioachino Rossini pour un projet non abouti. Cette messe monumentale, écrite suivant la liturgie catholique romaine pour le service des morts, sera interprétée un an jour pour jour après le décès de son ami en l’église San Marco de Milan, sous la baguette du compositeur. Giuseppe Verdi est-il croyant ? Mais nul besoin d’être profondément croyant pour être touché et même bouleversé par cette musique qui atteint l’âme de tout être humain. On a souvent reproché au compositeur de privilégier les voix au détriment de la partie orchestrale dans ses opéras. Il démontre ici combien il connaît l’orchestre, les instruments qui le composent et comment les employer, jouant sur leurs sonorités pour faire surgir les émotions. L’on peut écouter cette œuvre en boucle et y découvrir encore et encore des inflexions, des respirations et des harmonies nouvelles qui reflètent le génie du compositeur. Quelle puissance ! Cette puissance, cette force, nous les recevons de plein fouet dans l’interprétation magistrale de ce Requiem. Avec une baguette sûre, énergique mais néanmoins sensible, Michele Spotti impose sa vision, plus spirituelle ou même sacrée qu’opératique, dans une intensité sonore qui peut s’éteindre sur un souffle pianissimo. L’on sent une grande sincérité dans la direction de ce jeune chef d’orchestre qui fait ici preuve d’une belle maturité dans l’expression. Peut-on déjà, à trente ans, connaître les affres de l’âme humaine, ses terreurs devant la mort et les jugements, si ce ne sont ceux dieu mais peut-être devant les siens propres ? Il semblerait que oui, car cette interprétation laisse transparaître les peurs, les supplications de ces âmes avec l’éclat des cuivres et les appels bouleversants des trompettes dans des tempi appropriés. Une unité de sonorités et de voix a ici été trouvée pour subjuguer l’auditeur dès les premières notes piani de l’Introït jusqu’au dernier souffle du Libera me. Avec une grande précision dans le Sanctus au fugato énergique, ou la profondeur des voix mixtes aux attaques nettes sans dureté, le Chœur, bien préparé par Florent Mayet, fait preuve d’une implication et d’une musicalité qui sont sans conteste une part majeure du succès avec des éclats à faire vaciller l’âme des morts ou des pianissimi au souffle inquiétant. Dès le Dies irae et ses quatre accords puissants, l’orchestre montre une grande détermination, introduisant un chœur magistral avant de faire résonner trompettes et timbales. Un orchestre qui met à l’honneur ses pupitres dans des sonorités qui changent mais s’enchaînent dans une continuité de sons allant du moelleux des bassons au superbe soli des violoncelles dans l’Offertorio. Peut-on citer chaque pupitre dans cette continuité musicale qui accompagne les solistes ? Quatre solistes que l’on aurait aimé entendre plus détachés scéniquement de la masse orchestrale. Angélique Boudeville tient avec sensibilité ou force la partie de soprano dans des tenues éthérées, laissant survoler sa voix dans les quatuors vocaux ou se mêlant avec délicatesse à la voix de la mezzo-soprano pour un recordare mélodieux ou encore un Libera me domine de morte aeterna d’une puissance inquiétante. La partie de mezzo-soprano est tenue avec musicalité par Anna Goryachova dans une voix souple et projetée. Son large ambitus lui permet des graves appuyés ou des aigus puissants dans une belle rondeur de timbre et de belles attaques pour un Lacrymosa chanté avec ferveur. Superbe Agnus Dei chanté avec délicatesse en duo a capella avec la soprano. C’est dans une voix incisive au beau phrasé et aux aigus assurés que le ténor Yvàn Ayon-Rivas interprète un Ingemisco tout en nuances accompagné par le hautbois solo. Très belle musicalité aussi dans le Quid sum miser où sa voix claire se marie aux deux voix féminines pour un trio délicat au son du basson. C’est avec Mors Stupebit que Simon Lim fait résonner sa voix de basse dans des graves effrayants. Mais c’est dans le Confutatis que l’on apprécie la qualité du phrasé et la musicalité de cette basse au timbre chaleureux dont les respirations annoncent la profondeur des attaques. Avec une gestuelle ample, efficace, empreinte d’émotions, Michele Spotti a donné ici une interprétation magnifique de ce Requiem portant à son meilleur, Orchestre et Chœur. Magnifique ovation aussi. Photo Christian Dresse
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Milano, Teatro del Borgo: “Vania” 24-25 gennaio 2025

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 19:01

Milano, Teatro del Borgo
“VANIA”
Da Anton Checov
“Vania” è una drammaturgia collettiva della milanese Compagnia Oyes e portata in scena da Stefano Cordella, che ha visto la luce nel 2015 e da allora riscuote consensi e ricnoscimenti – tra gli altri, Premio Giovani Realtà del Teatro 2015. Nel 2016 è approdato a importanti festival come Primavera dei Teatri di Castrovillari e Trasparenze di Modena, ha fatto parte della selezione di NEXT-laboratorio delle idee 2016/2017 di Regione Lombardia e Agis ed è stato finalista IN BOX 2017. Lo spunto per questo lavoro su Cechov nasce dalle parole del drammaturgo stesso: “Tutti, finché siamo giovani, cinguettiamo come passeri sopra un mucchio di letame. A vent’anni possiamo tutto, ci buttiamo in qualsiasi impresa. E verso i trenta siamo già stanchi, è come dopo una sbornia. A quarant’anni poi siamo già vecchi e pensiamo alla morte. Ma che razza di eroi siamo? Io vorrei solo dire alla gente, in tutta onestà, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. E se lo comprenderanno inventeranno sicuramente una vita diversa, una vita migliore, una vita che io non so immaginare.” Ed è proprio dalla stessa pervasiva sensa­zione di stagnamento ed immobilismo che è nata per la milanese Compagnia Oyes la necessità di questo lavoro. Poco più che trentenni quando hanno iniziato a lavorare su questo testo, ora quarantenni, si sentivano bloccati in un limbo poco rassicurante – e, come loro, tutta la loro generazione  sembra vivere il presente con un sentimento di impotenza. Così hanno deciso di raccontare le paure, il senso di vuoto, la difficoltà di sognare dei nostri tempi, attraverso una drammaturgia originale costruita a partire dai temi e dai personaggi principali del testo del grande autore russo. La vicenda si svolge in un paesino di provincia del Norditalia e ruota attorno alla figura del Professore, tenuto in vita da un respiratore artificiale. Non vedremo mai il Professore, ma le conseguenze che la sua condizione produce sul resto della “famiglia”: la giovane moglie Elena, il fratello Ivan, la figlia Sonia, il Dottore. Come in “Zio Vanja” anche questi personaggi sentono di non vivere la vita che vorrebbero. Ma la spinta verso il cambiamento deve fare i conti con la paura di invecchiare, le rigidità, i sensi di colpa, il timore di non essere all’altezza dei propri desideri. PER INFO E BIGLIETTI: qui

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Milano, Teatro Franco Parenti: ” L’Orestea” di Eschilo dal 14 al 26 gennaio 2025

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 17:07

Milano, Teatro Franco Parenti 
“L’ORESTEA”
Di Eschilo
Un’eredità che arriva dal 458 a.C. e ci parla di una società turbata dalla guerra, dell’attesa di un evento che riporti la felicità, della liberazione dagli errori delle generazioni precedenti, del bisogno di una politica etica, della democrazia, del tramonto degli dèi e della loro sostituzione con l’intelligenza dell’uomo; ma soprattutto della ricerca di un rimedio, dentro e fuori di noi, alla crisi che attraversiamo. Una metafora straordinaria della nascita della democrazia e della giustizia, nonché la celebrazione del pensiero dell’uomo agli albori della sua storia sociale. La compagnia di giovani attori, diretta da Maurizio Schmidt e guidata dalla bellissima traduzione di Emanuele Severino – scritta per lo spettacolo di Franco Parenti del 1985 – affronta questa pietra miliare del Teatro occidentale che da sempre attira e intimidisce. PER INFO E BIGLIETTI: qui

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Roma, Palazzo Barberini: “Caravaggio 2025” dal 07 marzo al 06 luglio 2025

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 16:22

Roma, Palazzo Barberini
Museo Nazionale di Arte Antica
CARAVAGGIO 2025 SI PRESENTA ALLA STAMPA
Dal 7 marzo al 6 luglio 2025, in concomitanza con le celebrazioni del Giubileo 2025, le Gallerie Nazionali di Arte Antica, in collaborazione con Galleria Borghese, con il supporto della Direzione Generale Musei, Ministero della Cultura e col sostegno del Main Partner Intesa Sanpaolo, presentano a Palazzo Barberini Caravaggio 2025, a cura di Francesca Cappelletti, Maria Cristina Terzaghi e Thomas Clement Salomon: un progetto tra i più importanti e ambiziosi dedicati a Michelangelo Merisi detto Caravaggio (1571-1610), con un eccezionale numero di dipinti autografi e un percorso tra opere difficilmente visibili e nuove scoperte in uno dei luoghi simbolo della connessione tra l’artista e i suoi mecenati. Esaminando il contesto che ha reso l’artista una figura centrale nell’arte mondiale, Palazzo Barberini, ospiterà le opere in un allestimento che esalta la potenza e la modernità della pittura di Caravaggio, tra i più grandi maestri della pittura di tutti i tempi. Riunendo alcune delle opere più celebri, affiancate da altre meno note ma altrettanto significative, la mostra vuole offrire una nuova e approfondita riflessione sulla rivoluzione artistica e culturale del Maestro, esplorando per la prima volta in un contesto così ampio l’innovazione che introdusse nel panorama artistico, religioso e sociale del suo tempo. Tra le opere in esposizione il Ritratto di Maffeo Barberini recentemente presentato al pubblico a oltre sessant’anni dalla sua riscoperta, ora per la prima volta affiancato ad altri dipinti del Merisi, e l’Ecce Homo, attualmente esposto al Museo del Prado di Madrid che rientrerà in Italia per la prima volta dopo secoli, accanto ad altri prestiti eccezionali come la Santa Caterina del Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, capolavoro già nelle collezioni Barberini che tornerà nel Palazzo che la ospitava, e Marta e Maddalena del Detroit Institute of Arts, per il quale  l’artista ha usato la stessa modella della Giuditta conservata a Palazzo Barberini, esposti per la prima volta tutti uno accanto all’altro. La mostra sarà anche l’occasione per vedere di nuovo insieme i tre dipinti commissionati dal banchiere Ottavio Costa, Giuditta e Oloferne di Palazzo Barberini, il San Giovanni Battista del Nelson-Atkins Museum di Kansas City e il San Francesco in estasi del Wadsworth Atheneum of Art di Hartford, e opere legate alla storia del collezionismo dei Barberini, come i Bari del Kimbell Art Museum di Fort Worth, che torna nel palazzo romano dove fu a lungo conservato. Chiude la selezione l’importante prestito concesso da Intesa Sanpaolo: Martirio di sant’Orsola, ultimo dipinto del Merisi, realizzato poco prima della sua morte. La mostra si sviluppa in sezioni tematiche che esplorano vari aspetti della produzione di Caravaggio, svelando nuove scoperte e riflessioni critiche. Centrale, a partire dalle prime opere del percorso, è il carattere di innovazione che l’artista ha significato nel contesto della produzione e del mercato delle opere d’arte tra Cinquecento e Seicento, fin dall’impatto dirompente dell’esordio romano. L’eccezionale sequenza di capolavori permette inoltre di evidenziare la trasformazione e rivoluzione del linguaggio caravaggesco, con quell’inconfondibile uso della luce che squarcia le sue rappresentazioni di tema sacro o profano, e che apre nuove vie all’interpretazione del vero. Non solo nei drammi religiosi, come nell’incredibile teatralità della Cattura di Cristo proveniente dalla National Gallery of Ireland di Dublino si identifica la novità della pittura del Merisi, essa traspare anche in altri generi trattati dall’artista. La mostra offre infatti per la prima volta l’opportunità di esplorare anche quella che può essere considerata la nascita del ritratto moderno, a partire da quel Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini, di collezione privata, ora per la prima volta a confronto con gli altri dipinti del Maestro. Caravaggio 2025 rappresenta un’opportunità unica per riscoprire l’arte del Maestro in una chiave nuova, offrendo un’esperienza espositiva che integra scoperte storiche, riflessioni critiche e un confronto ravvicinato con i suoi capolavori. Non solo un tributo al suo genio, ma una riflessione sulla sua continua influenza sull’arte contemporanea e il nostro immaginario collettivo. Accompagna l’esposizione un catalogo edito da Marsilio Arte, che approfondisce i temi del percorso espositivo presentando nuovi studi critici, con saggi di alcuni tra i maggiori esperti internazionali, che esplorerà gli snodi biografici di Caravaggio, l’evoluzione del suo stile e il contesto culturale che ha influenzato la sua arte, presentando nuove chiavi di lettura e riflessioni sulla sua eredità. La mostra beneficia del supporto di Marsilio Arte e Coopculture come partner tecnici e Urban Vision. in qualità di media partner.

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Como, Teatro Sociale: “I Capuleti e i Montecchi”

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 15:45

Como, Teatro Sociale, Stagione d’Opera e di Prosa 2024/25
I CAPULETI E I MONTECCHI”
Tragedia lirica in due atti di Felice Romani.
Musica di Vincenzo Bellini
Giulietta FRANCESCA PIA VITALE
Romeo ANNALISA STROPPA
Tebaldo MATTEO FALCIER
Lorenzo MATTEO GUERZÈ
Capellio BAOPENG WANG
Orchestra I Pomeriggi Musicali
Coro di OperaLombardia
Direttore Sebastiano Rolli
Maestro del Coro Diego Maccagnola
Regia Andrea De Rosa
Scene Daniele Spanò
Costumi Ilaria Ariemme
Luci Pasquale Mari
Nuovo allestimento in coproduzione Teatri di OperaLombardia, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
Como, 19 gennaio 2025
La stagione di OperaLombardia si conclude con una produzione sorprendentemente positiva, sotto ogni punto di vista, quella di “I Capuleti e i Montecchi“ di Vincenzo Bellini. Lo ammettiamo,: le foto della cartella stampa ci avevano messo in allarme circa l’esito scenico curato da Andrea de Rosa, soprattutto per un Romeo in tuta Adidas e una Giulietta perennemente in sottoveste bianca – che da almeno trent’anni ci vengono propinati, vuoi con Shakespeare vuoi con Bellini. Invece, sebbene i costumi di Ilaria Ariemme non siano di nostro gusto, la messa in scena è molto coerente con se stessa e con il libretto, e quello che sembra uno spazio più o meno neutro, con l’andare del tempo, si rivela essere un cimitero, con tre lati del palco occupati da lastre marmoree incombenti sulla vicenda; anche il gioco di tiranti ideato da Daniele Spanò, che percorrono in verticale tutta la scena, attaccati a questi blocchi di marmo per poterli spostare, conferiscono dinamismo e trovano in più di un’occasione anche il modo di diventare partecipi dell’azione, e non rimanere ornamento puro; infine non possiamo non citare il monolite dorato che sovrasta la scena del finale, un sapiente tocco di colore che però, visto il tenore della scena, riesce a conferire una sontuosa ieraticità. La regia di Andrea De Rosa si muove con grande consapevolezza su questa scena, ed enfatizza le relazioni tra i personaggi e i rapporti di forza; forse non è proprio bellissimo l’uso di sciarpe come allo stadio per segnare l’appartenenza ai Capuleti o ai Montecchi, ma sicuramente è un metodo diretto ed efficace, ed è gestito cum grano salis – non viene introdotto nessun ulteriore simbolo, i colori delle fazioni sono cupi e per nulla sgargianti, e per il finale queste sciarpe vengono appese a mo’ d’epigrafe sulle lastre di marmo. Suggestivo, proprio perché calibratissimo (e suggestivamente illuminato da Pasquale Mari), anche l’utilizzo del cellophane per l’enorme velo da sposa di Giulietta, che ha giustamente più il senso di un soffocamento che quello di un abbellimento. La compagnia musicale, dal canto suo, ha saputo fornire interpretazioni per lo più di altissimo livello, a cominciare dal direttore Sebastiano Rolli, capace di spremere la partitura come un frutto e ricavarne succhi ed essenze, un’esperienza inebriante e piena di carattere, capace di trascinare lo spettatore senza abbandonarsi mai alla routine. Francesca Pia Vitale è una Giulietta ideale: il suono è luminosissimo, ben proiettato, la linea di canto e di rara omogeneità; sul piano scenico la Vitale si muove con grande naturalezza nella  piena consapevolezza del ruolo. Una prova riuscitissima. Sua degna partner,  Annalisa Stroppa  un Romeo che si amalgama perfettamente con la voce della Vitale – sembra che le due siano fatte per duettare, per il trasporto che mostrano, nell’impasto vocale. La Stroppa sa mescolare sapientemente il  pathos lirico al giusto tocco “eroico” affrontato con il giusto nerbo di un fraseggio più virile. La presenza scenica e la mimica della Stroppa riescono a dare un senso anche a certi passaggi di registro in acuto qua e la tesi. Il Tebaldo di Matteo Falcier è complessivamente valido. Le ben note doti di tenore lirico di Falcier si mettono da subito in luce. Matteo Guerzè è un apprezzabile Lorenzo, sebbene questo sia il ruolo che la produzione mette meno in luce; la performance di Guerzè è  contraddistinta da un bel fraseggio costruito su un suono ricco e tondo; infine Baopeng Wang è un Capellio un po’ sottotono, manchevole di una effettiva auctoritas di padre e leader; la voce c’è, ma la costruzione vocale del personaggio ci è parsa piuttosto generica. Bella prova di sé dà il Coro di Operalombardia, sempre diretto da Dario Maccagnola, forse più coinvolto nel momento funebre che in quelli più baldanzosi, ma comunque sempre coeso vocalmente e scenicamente ben espressivo. Un bel modo per il Sociale di Como, così come per gli altri teatri coproduttori, di concludere una stagione molto varia, non del tutto riuscita, ma sicuramente preziosa per il territorio e la cittadinanza – che giustamente ricopre di applausi entusiasti tutti alla fine della recita. Foto Alessia Santambrogio

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Sarah Aristidou – “Enigma”

gbopera - Mer, 22/01/2025 - 11:31

Andreas Tsiartas (1986): Lamento Turco; Sergei Rachmaninoff (1873-1943) Vocalise, From 14 Romances Op.34 (No.14); Sergei Rachmaninoff:  A_u!, from 6 romances op.38 (no.6); Franz Schubert (1797-1828):  Der Hirt auf dem Felsen d 965; Olivier Messiaen (1908-1992):  Répétition Planétaire, From Harawi (No.6); Improvisation  Enigma, On a Poem By Daniel Arkadij Gerzenberg; Hugo Wolf (1860-1903): An eine Äolsharfe, From Mörike_Lieder (No.11); Maurice Ravel (1875-1937)  Chanson des Cueilleuses de Lentisques, From 5 Mélodies Populaires Grecques; Franz Schubert 9 Nachtstück D 672; Olivier Messiaen L’escalier Redit, Gestes Du Soleil, From Harawi (No.10); Jörg Widmann (1973) Sphinxensprüche Und Rätselkanons. Sarah Aristidou (soprano). Daniel Arkadij Gerzenberg (Pianoforte). Jörg Widmann (clarinetto). Registrazione 22-25 giugno 2020 presso Teldex Studio, Berlino (Germania). T. Time: 73′ 06″. 1 CD ALPHA CLASSICIS 720

Enigma.
Questo è il misterioso titolo di questa proposta discografica dell’etichetta Alpha Classics, del quale è comunque possibile leggere la spiegazione nel Booklet: “Enigma è il termine greco per enigma, mistero, segreto. La vita di un individuo ha un inizio e una fine: la sua nascita e la sua morte. Noi veniamo al mondo e lo lasciamo con un suono: il grido del neonato o l’ultimo respiro del moribondo che rende l’anima.
Ma in realtà, la vita stessa non ha né un inizio né una fine. L’esistenza è misteriosamente infinita e si ripete incessantemente dall’A (Alfa) all’W (Omega). Quando qualcuno cerca la risposta a questo mistero, echos (dal greco suono originario), la risposta che ne riceve è solo un’echo (dal greco eco”.
Questo enigma dell’esistenza è svelato in questo album con ben 11 brani di autori diversi tra cui alcuni sono dei classici (Vocalise e A_u! di Rachmaninoff, due Lieder di Schubert, “Répétition Planétaire” di Olivier Messiaen, An eine Äolsharfe di Hugo Wolf e “Chanson des Cueilleuses de Lentisques” di Ravel) e due di autori contemporanei (Lamento Turco di Andreas Tsiartas e Sphinxensprüche Und Rätselkanons di Jörg Widmann. Si va da composizioni costituite da vocalizzi senza testo, come il Lamento turcoVocalise che hanno lo scopo di cercare questo suono originario ad altri con un testo. Ottima l’esecuzione di questo affascinante album dal parte del soprano Sarah Aristidou che interpreta questi brani con grande partecipazione e sentimento e si integra perfettamente con l’accompagnamento pianistico, dalle sonorità sempre adeguate e capaci di far risaltare la voce della solista, di Daniel Arkadij Gerzenberg. A loro si unisce nel primo brano di Schubert e in Sphinxensprüche Und Rätselkanons l’espressivo clarinetto di Jörg Widmann

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