Johann Sebastian Bach (1685-1750): Sonate en fa majeur, BWV 1035; Sonate I pour violon en si mineur, BWV 1014; Sonate en trio pour orgue N° 3 en MI mineur, BWV 527; Partita pour violon n° 2 en sol mineur, BWV 1004; Choral ‘nun komm, der heiden Heiland’, BWV 659; Suite en ré mineur, BWV 997; Sonate IV pour violon en do mineur, BWV 1017. Julien Martin (Flauto a becco). Oliver Fortin (clavicembalo) Registrazione: Novembre 2021 presso la Maison Forte de Vitry-lès-Cluny (France). T. Time: 69′ 72″ 1CD ALPHA CLASSICS 939
Trascrivere delle composizioni per altri organici costituiva una prassi piuttosto consolidata in epoca baracca ed è proprio da essa che nasce questa interessante proposta discografica dell’etichetta ALPHA CLASSICS il cui programma è costituito dalla trascrizione di lavori, scritti da Bach originariamente per diversi organici, per clavicembalo e flauto e becco, strumento, quest’ultimo utilizzato dal compositore di Eisenach soltanto in una ventina di cantate e oratori e in due dei sei Concerti brandeburghesi. Del resto molta musica strumentale di Bach si presta a forme di trascrizione che lo stesso compositore mise in atto senza modificare la sostanza musicale dei brani. In questo album è possibile ascoltare: la Sonata in fa maggiore, BWV 1035, originariamente scritta nel 1741 a Berlino per flauto traversiere e cembalo, che, nonostante mostri degli evidenti legami con la struttura in quattro movimenti della Sonata da chiesa, si distingue per gli ornamenti tipici dello stile galante particolarmente apprezzato nella corte tedesca; le Sonate in si minore, BWV 1014 e in do mineur, BWV 101, rispettivamente la prima e la quarta della raccolta di sei sonate per violino e clavicembalo, composte da Bach probabilmente mentre si trovava alla corte del principe Leopold di Anhalt-Köthen; il celebre corale per organo Nun komm, der heiden Heiland, che, trascritto da Busoni per pianoforte solo, qui si presenta in una veste insolita, ma non per questo meno affascinante con il flauto a becco che sostiene la linea melodica superiore; la Suite en ré mineur, BWV 997, originariamente composta per liuto; il quinto movimento, la famosa ciaccona della Partita pour violon n° 2 en sol mineur, BWV 1004, in una versione per solo clavicembalo, e, infine, la Sonate en trio pour orgue N° 3 en MI mineur. Ottima l’esecuzione da parte di Julien Martin (Flauto a becco) e di Oliver Fortin (clavicembalo). Quest’ultimo accompagna, sempre con grande senso dello stile, il flauto e mostra il suo virtuosismo nella splendida esecuzione della Ciaccona. Solida tecnica e ottima conoscenza della prassi esecutiva barocca sostengono la prova di Julien Martin, particolarmente espressivo nei tempi lenti.
Roma, Sala Umberto
FESTE
di Familie Floz
Un ’opera di Andres Angulo, Björn Leese, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk, Michael Vogel
Con Andres Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk | Co-Regia Bjoern Leese
Una produzione di Familie Flöz
In coproduzione con Theaterhaus Stoccarda, Teatro Duisburg, Teatro Lessing Wolfenbüttel. con il supporto dell’ Hauptkulturfonds Regia di Micheal Vogel
Roma, 02 gennaio 2025
Nel panorama teatrale contemporaneo, “Feste” della compagnia tedesca Familie Flöz si impone con una forza evocativa rara, tessendo un racconto che supera il linguaggio verbale e affonda nella poesia del gesto e nella potenza visiva delle sue maschere. Il linguaggio del corpo e la magia delle maschere rigide rivelano, proprio attraverso il movimento, la misteriosa mappatura del cervello e le profondità dell’anima. Affiorano, tra illusioni e incantesimi, le fragilità e il potere creativo della psiche umana. Ambientato in una lussuosa villa sul mare, lo spettacolo ruota attorno ai frenetici preparativi per un matrimonio, ma è nel cortile caotico e nell’incessante lavoro del personale che si dispiega il vero palcoscenico della narrazione. Qui, tra cuochi, camerieri e wedding planner, prende vita un microcosmo di umanità vibrante e contrasti sociali. Paradossalmente, i meno convinti delle nozze sembrano proprio gli sposi. Se “Teatro Delusio” mostrava il backstage di uno spettacolo teatrale, qui, con procedimento analogo, assistiamo alla preparazione della festa non dalla sala con i tavoli, ma dal cortile di una grande casa in riva al mare, tra merci e inservienti che vanno e vengono. Intanto, sullo sfondo, continua ad accumularsi una montagna di sacchi neri della spazzatura. Il silenzio è interrotto solo dalla musica, dalla risacca e dal canto dei gabbiani. “Feste” è una sarabanda di maschere e personaggi, una ventina in tutto, che si ritrovano a interagire in una miriade di situazioni. Sembrerebbe che dietro a ogni maschera ci sia un attore, e invece sono solo tre: Andres Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerkerk, anche autori dello spettacolo insieme ad Hajo Schüler e Michael Vogel, quest’ultimo in cabina di regia con l’aiuto di Björn Leese. La quotidianità del cortile prende forma in un custode che non riesce a bere un caffè in pace, una donna delle pulizie che usa troppa cera sui gradini delle scale, un manager alle prese con una muta di cani, e una senzatetto incinta che si rifugia tra i sacchi della spazzatura. Camerieri, facchini e cuochi si alternano in un andirivieni frenetico, dove ogni dettaglio della festa sembra dover essere orchestrato con precisione. La sposa, quasi un’apparizione eterea, attraversa la scena con una grazia sacrale, conferendo un tocco di poesia alla confusione circostante. Le stratificazioni sociali sono mirabilmente rappresentate in questo microcosmo effervescente. Gli interpreti agiscono muti e irrequieti dietro le loro maschere. Il silenzio non è soltanto rinuncia a un dialogo vuoto, ma anche cristallizzazione delle realtà sociali. I personaggi sono intrappolati nelle loro posizioni gerarchiche, incapaci persino di parlarsi. Eppure, la comunicazione si sprigiona oltre le parole, attraverso profumi, oggetti che viaggiano di mano in mano, e gesti che portano calore e umanità in un contesto di alienazione. Un grembiule porso alla senzatetto diventa un abbraccio implicito, un bacio sfiorato illumina il gelo della scena, e nei bassifondi si incontrano i derelitti, personaggi diversamente soli che rivelano la loro profonda umanità. Quanto più i personaggi sono maldestri, tanto più sono vicini a noi, capaci di evocare sentimenti autentici. La drammaturgia, più focalizzata sulle emozioni che sulle storie, procede per accostamenti, contrappunti e dissonanze, creando un universo lirico e parallelo. I colori possiedono la scena, realizzata da Felix Nolze e Rotes Pferd, mentre le maschere di Hajo Schüler vivificano i costumi di Mascha Schubert, sublimandoli nell’onirico. I suoni di Dirk Schröder e le musiche di Maraike Brüning e Benjamin Reber arricchiscono la tavolozza emotiva, accompagnando con delicatezza e incisività le azioni sceniche. Le luci disegnate da Reinhard Hubert descrivono paesaggi interiori, recuperando uno sguardo primitivo, libero da sovrastrutture, intrinsecamente creativo. “Feste” è una favola per adulti capace di sedurre anche i bambini. Ma dietro la quieta immobilità delle maschere, in un mix sognante di comicità amara e farsa oscura, si cela una denuncia sottile. La rappresentazione mette a nudo le fragilità del progresso nevrotico, la vacuità della perfezione di facciata, e lo fa con un tocco che è al contempo poetico e spietato. La visione dei Familie Flöz si conferma un inno alla bellezza del quotidiano, un invito a guardare oltre le apparenze e a riscoprire il potere del legame umano. Uno spettacolo che, come un respiro profondo, lascia nello spettatore un senso di meraviglia e appartenenza, richiamando il potere primigenio del teatro di trasformare e riconnettere.
Jesu, nun sei gepreiset BWV 41 è la seconda, in ordine di tempo, delle sette Cantate bachiane eseguite per la Festa della circoncisione di Cristo o del Santo Nome di Cristo, che la Chiesa Luterana celebra il primo giorno dell’anno. La Questa Cantata, su testo di Johannes Herman, eseguita la prima volta a Lipsia l’1 gennaio 1725, si apre con una delle più belle pagine su Corale. Il brano “Jesu, nun sei gepreiset” è qui suddiviso in quattro sezioni. Bach lo apre con grandiosità, con un’orchestra di tre trombe, timpani, tre oboi e archi. Dopo la solenne sezione di apertura del primo coro, troviamo una parte centrale, un adagio con fuga che conduce direttamente al “da capo” con la ripresa del tema di apertura. Segue un’aria con “da capo” per soprano (nr.2) un delizioso movimento pastorale in un fluente tempo di 6/8 con una bella introduzione melodica e l’accompagnamento del trio di oboi. La seconda e ultima aria (nr.4), per tenore ha un carattere completamente diverso. Un’ampia pagina con “da capo” dai toni, intimi, riflessivi, marcatamente di gusto “teatrale” con un violoncello piccolo concertante, impegnato da grandi salti espressivi. Il semplice Corale (Nr.6) conclusivo vede però il ritorno del motivo solenne del brano iniziale che viene suonato tra ogni riga della strofa. Una chiusura di grande solennità ed effetto.
Nr.1 – Coro
Gesù, ora ti glorifichiamo
in questo nuovo anno
per la bontà che ci dimostri
soccorrendoci in ogni bisogno e pericolo,
perché ci fai essere testimoni
di questo nuovo tempo di gioia,
ricolmandoci di grazia
e di felicità eterna;
e per aver fatto serenamente
concludere il vecchio anno.
Noi ci rimettiamo a te,
adesso e sempre,
proteggi i nostri corpi, le nostre anime,
le nostre vite, durante questo anno!
Nr.2 – Aria (Soprano)
O Dio altissimo, facci concludere l’anno
così come lo abbiamo iniziato.
La tua mano ci assista
e al termine dell’anno
nell’abbondanza delle tue benedizioni
potremo ancora cantare Alleluia.
Nr.3 – Recitativo (Contralto)
Ah! La tua mano, la tua benedizione siano
l’alfa e l’omega, il principio e la fine.
Porti la nostra vita nelle tue mani
e calcoli il numero dei nostri giorni;
il tuo sguardo si estende su città e campagne;
conosci le nostre gioie e i nostri dolori,
ah, accordaci entrambi
secondo la tua saggezza, come la tua
misericordia ti suggerisce.
Nr.4 – Aria (Tenore)
Come hai assicurato la pace
a noi e al nostro paese, così accorda
alle nostre anime la tua parola santificante.
Se otterremo questa salvezza
saremo benedetti in terra
e tra gli eletti in cielo!
Nr.5 – Recitativo (Basso e Coro)
Ma poiché il nemico notte e giorno
cerca di arrecarci danno
e di distruggere la nostra quiete,
ascolta, o Signore Dio, la preghiera
che si eleva dalla nostra assemblea:
che Satana sia schiacciato sotto i nostri piedi.
Così resteremo per la tua lode
nel gregge degli eletti
e dopo la croce e la sofferenza potremo
lasciare questo mondo verso la gloria.
Nr.6 – Corale
A te solo l’onore
a te solo la gloria;
insegnaci a sopportare la croce,
governa tutti i nostri atti,
finchè giungeremo felici
al regno eterno del cielo,
alla vera pace e alla vera gioia
insieme ai santi di dio.
Nel frattempo disponi di tutti noi
secondo il tuo volere:
così oggi canta con convinzione
la comunità dei cristiani
che desidera con la voce e con il cuore
un nuovo anno benedetto.
Mercoledì 1 gennaio
“RAYMONDA”
Musica Aleksandr Glazunov
Coreografia di Marius Petipa, ricostruita da Sergej Vikharev
Direttore Michail Jurowski
Interpreti: Olesia Novikova, Friedemann Vogel
Milano, 2014
Giovedì 2 gennaio
Ore 10.00
“COPPELIA”
Musica Léo Delibes
Coreografia Alexei Ratmansky
Direttore Paul Connelly
Interpreti: Nicoletta Manni,Timofei Andrijashenko…
Milano, 2023
Venerdì 3 gennaio
Ore 10.00
“LA BAYADERE”
Musica Ludwig Minkus
Direttore David Coleman
Coreografia Rudolf Nureyev da Marius Petipa
Interpreti: Svetlana Zakharova, Roberto Bolle, Isabelle Brusson, Bryar Rewisor…
Milano, 2006
Ore 21.15 replica Domenica 5 gennaio
Ore 19.02
“LA BOHEME”
MusicaGiacomo Puccini
Direttore Michele Mariotti
Regia Mario Martone
Interpreti: Jonathan Tetelman, Federica Lombardi, Valentina Naforniţă, Davide Luciano, Roberto Lorenzi, Giorgi Manoshvili
Film Opera, 2022
Sabato 4 gennaio
Ore 10.00
“WERTHER”
Musica Jules Massenet
Direttore Alfredo Simonetto
Regia Daniele D’Anza
Interpreti: Juan Oncina, Leyla Gencer, Enzo Sordello, Sandra Ballinari…
RAI, 1955
Domenica 5 gennaio / Sabato 11 gennaio
Ore 09.38 / 10.40
“IL BARBIERE DI SIVIGLIA” – Selezione
Musica Gioachino Rossini
Direttore Alberto Zedda
Regia Mario Lanfranchi, Sandro Bolchi.
Interpreti: Sesto Bruscantini, Italo Tajo, Valeria Mariconda, Ugo Benelli, Carlo Badioli
RAI, 1965
Ore 10.59 / 11.55
“LA CENERENTOLA”
Musica Giochino Rossini
Direttore Piero Bellugi
Regia Frank de Quell, Wolfgang Nagel
Interpreti: Bianca Maria Casoni, Ugo Benelli, Sesto Bruscantini, Alfredo Mariotti, Federico Davià, Giovanna di Rocco, Teresa Rocchino.
Lunedì 6 gennaio
Ore 10.00
“L’ORFEO”
Musica Claudio Monteverdi
Direttore Rinaldo Alessandrini
Regia Bob Wilson
Interpreti: Georg Nigl, Sara Mingardo, Roberta Invernizzi, Giovanni Battista Parodi, Luigi De Donato…
Milano, 2009
Martedì 7 gennaio
Ore 09.43
“ORPHEE”
Dal teatro comunale Francesco Morlacchi di Perugia, Vittoria Ottolenghi introduce il balletto Orphee con musiche di C.W. Gluck, eseguito dalla compagnia Ballet Theatre
RAI – 1981
Ore 10.37
“DAFNE”
Musica Marco Da Gagliano
Direttore Fausto Razzi
Regia Giancarlo Cobelli
Interpreti: Gloria Banditelli, Valeria Vensa, Sandro Rinaldi, Ugo Trama, Patrizia Bovi, Giorgio Gatti.
Roma, 1982
Mercoledì 8 gennaio
Ore 10.00
“ORFEO ED EURIDICE”
Musica Christoph Willibald Gluck
Direttore Francesco Ommassini
Regia Karole Armitage
Interpreti: Daniela Barcellona, Cinzia Forte, Giuseppina Bridelli, Alessandra Veronetti, Edmondo Tucci
Napoli, 2015
Giovedì 9 gennaio
Ore 10.00
“IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO”
Musica Georg Friedrich Händel
Direttore Fabio Biondi
Regia Walter Le Moli
Interpreti: Francesca Lombardi Mazzulli, Arianna Rinaldi, Vivica Genaux, Francesco Marsiglia
Parma, 2021
Venerdì 10 gennaio
Ore 10.00
“L’OLIMPIADE”
Musica Antonio Vivaldi
Direttore Francesco Erle
Regia Bepi Morassi
Interpreti: Patrizio La Placa, Daniela Salvo, Francesca Lione,, Sandro Rossi, Emma Alessi Innocenti, Maddalena De Biasi, Elcin Huseynov
Vicenza, 2020
Presentazione, presso le Sale Apollinee del Teatro La Fenice del Concerto di Capodanno 2025. Presenti: il direttore musicale Daniel Harding, i solisti Mariangela Sicilia e Francesco Demuro, la coordinatrice di Rai Cultura Francesca Nesler, il direttore generale del Teatro Andrea Erri. Com’è noto, il 12 dicembre si è concluso il mandato del sovrintendente-direttore artistico Fortunato Ortombina. Nell’attesa che venga nominato chi gli succederà – forse in gennaio o in primavera, quando si rinnoveranno i vertici di vari teatri – il compito di gestire gli affari correnti è stato assegnato al dottor Erri, il quale ha presieduto la conferenza stampa con la verve e la precisione che lo contraddistinguono.
Si è esordito, come di consueto, con il bilancio relativo all’anno che sta per finire. Il direttore generale ha fornito un resoconto decisamente positivo: il numero di abbonamenti alla Stagione Lirica ha fatto registrare un aumento del 10% rispetto al 2023; ampiamente superiore alle previsioni è risultato l’incasso della biglietteria; inoltre – anche questo un dato incoraggiante – il Teatro La Fenice, inteso come prezioso scrigno di storia e di cultura, è ormai divenuto un polo di attrazione per migliaia di visitatori, al pari del Palazzo Ducale e della Collezione Guggenheim.
Come sempre diviso in due parti, il Concerto di Capodanno sarà trasmesso da Rai 1 e Rai 5, come ha confermato Francesca Nesler, che ha seguito per Rai Cultura la realizzazione di questa ventunesima edizione dell’evento. La replica del 1° gennaio – regista Fabrizio Guttuso Alaimo – alternerà alla musica la danza di Aterballetto con coreografie ideate per l’occasione da Marcos Morau, accompagnando il pubblico, che segue da casa, alla scoperta di Venezia e dei suoi luoghi-simbolo: una parte coreutica realizzata grazie alla collaborazione con il Comune di Venezia e le società Vela e Venezia Unica. Un ritorno sul podio quello di Daniel Harding – che ha diretto diverse edizioni del Concerto di Capodanno, tra cui quella del 2021 in piena pandemia –, che si sente particolarmente legato a Venezia (la prima città estera da lui visitata da ragazzo), al repertorio italiano e all’orchestra della Fenice, da lui ritenuta particolarmente ricca di personalità e capace di compiere il “miracolo” che altre volte le è riuscito, quello di offrire un’eccellente esecuzione, nonostante l’intenso lavoro di queste giornate di fine anno. E non potrà essere che così. Godiamoci, dunque, questa festa di fiori, di luci (tutte a led), di grande musica: il Beethoven del Destino (la Quinta sinfonia) nella prima parte; nella seconda brani operistici di Rossini, Leoncavallo, Gounod, Puccini (nel centenario della morte), Wolf-Ferrari, Verdi, Bizet (a 150 anni dalla prima assoluta di Carmen) affidate a due voci ben note nel panorama lirico internazionale: Mariangela Sicilia e Francesco Demuro. Il Concerto di Capodanno di mercoledì 1 gennaio 2025 sarà trasmesso in diretta alle 12:20 su Rai 1 in replica su Rai 5 alle ore 17:45 (solo la seconda parte). La versione integrale su Rai Radio 3 alle ore 20.30….Buon Anno!
June Anderson (Boston, 30 dicembre 1952)
“The Passion of Bel Canto”
regia Sylvie Fauger
film doc. France, 1989
Roma, Teatro OFF/OFF VARIETY
THE CHRISTMAS SHOW
uno spettacolo di Silvano Spada
con Pino Strabioli, Giulia Di Quilio, Pierfrancesco Poggi, Santino Fiorillo
corpo di ballo Alessandro Giofrè, Virgil Maggiorani, Biagio Pagano, Luca Petronilli, Vincenzo Piazza
coreografie Francesco Spizzirri
creazioni video Fabio Massimo Iaquone spazio scenico e luci Umberto Fiore
per l’Off/Off Theatre
Roma, 29 dicembre 2024
All’OFF OFF Theatre di Roma, dove l’arte incontra il glamour e il teatro si riveste di piume di struzzo, paillettes e nostalgia, il Natale ( e non solo) si festeggia con L’Off Off Variety the Christmas Show. Un’ode spumeggiante al Varietà, quella forma d’intrattenimento che ha fatto ridere e sognare generazioni intere, prima che la televisione lo trasformasse in un ricordo sbiadito nei meandri del palinsesto. Fino al 31 dicembre, questo spettacolo ci invita a dimenticare la crisi climatica, il traffico di Roma e l’aumento delle bollette per immergerci in un caleidoscopio di luci, canzoni, risate e quel pizzico di follia che solo il Varietà sa regalare. A orchestrare questa festa natalizia è il maestro assoluto dell’eleganza teatrale, Silvano Spada, che, come un direttore d’orchestra con bacchetta di cristallo Swarovski, riporta in vita lo spirito del Varietà in tutta la sua sfavillante gloria. Ma non pensiate che sia solo un’operazione nostalgica: no, signore e signori, qui c’è innovazione, c’è brio, c’è il futuro che stringe la mano al passato con un inchino che farebbe invidia a Don Lurio. Al centro di tutto, a tenere insieme il filo di questa matassa brillantemente disordinata, c’è il formidabile Pino Strabioli, un uomo che riesce a essere maestro di cerimonie, narratore, comico e icona di stile in un colpo solo. Con quella sua voce vellutata e un modo di fare che mescola il bon ton di un caffè letterario con l’ironia di una serata al cabaret, Strabioli incanta e diverte, passando con disinvoltura da un aneddoto su Gabriella Ferri a una battuta che strappa applausi scroscianti. È come se ci dicesse: “Benvenuti a casa mia, fate pure come se foste a teatro”. E poi c’è il cast, un ensemble che sembra uscito da un film di Fellini rivisitato in chiave contemporanea. Pierfrancesco Poggi è il cabarettista che ogni palco sogna: brillante e surreale, trasforma i temi più semplici in monologhi da premio. Con la sua chitarra racconta l’Italia, attraversandone le diversità regionali e svelandone un’anima sempre autentica e universale, il tutto con battute leggere e incisive che conquistano senza appesantire. Giulia Di Quilio, la regina del burlesque, è un tripudio di charme e sensualità. Ogni suo movimento sembra studiato per ipnotizzare il pubblico, e ci riesce benissimo. È un misto perfetto di eleganza e audacia, come se Marlene Dietrich e Dita Von Teese avessero deciso di incarnarsi in una sola persona. Quando si muove sul palco, il tempo sembra fermarsi, e persino le luci sembrano inchinarsi al suo fascino. A completare questo variopinto circo di talenti c’è Santino Fiorillo, giornalista, autore e opinionista che porta una satira raffinata, tagliente come una lama di rasoio. Fiorillo non si limita a far ridere: fa pensare, e lo fa con un’ironia che punge senza mai ferire. È quel tipo di interprete che riesce a farti riflettere sul mondo mentre ti asciughi le lacrime dal troppo ridere, un equilibrio che pochi riescono a raggiungere. Non è semplice mantenere un livello costante di interesse e raffinatezza quando lo spettacolo richiede leggerezza e spensieratezza. Eppure, lui riesce sempre a far percepire con naturalezza che la sua ironia è sotto il suo controllo assoluto, dosata con maestria e consapevolezza. E poi c’è il corpo di ballo ( Alessandro Giofrè, Virgil Maggiorani, Biagio Pagano, Luca Petronilli, Vincenzo Piazza ) diretto da Francesco Spizzirri, un gruppo di artisti che definire solo “ballerini” sarebbe un insulto. Con le loro coreografie, riescono a portare il pubblico in un viaggio attraverso il tempo e lo spazio, da una sala da ballo anni ’50 a una scena che sembra uscita direttamente da Broadway. Ogni passo, ogni movimento è ben orchestrato, un’esplosione di energia che ti fa battere le mani a ritmo senza nemmeno accorgertene. A rendere tutto ancora più magico ci pensa il video mapping di Fabio Massimo Iaquone, che trasforma il palco in un universo parallelo fatto di luci, colori e immagini in movimento. È come se ogni scena fosse un quadro vivente, un’opera d’arte che prende vita davanti agli occhi del pubblico. Dai ricordi di Raffaella Carrà agli omaggi a Paolo Poli, ogni momento è un tuffo nella storia del Varietà, ma con un tocco moderno che lo rende attuale e coinvolgente. Ma non è solo il talento degli artisti a rendere questo spettacolo un’esperienza indimenticabile. C’è qualcosa di più, qualcosa che si sente nell’aria fin dal primo momento: una gioia autentica, contagiosa, che attraversa il palco e arriva dritta al pubblico. È il tipo di energia che ti fa dimenticare per un attimo tutti i problemi e ti fa sentire parte di qualcosa di più grande, una celebrazione collettiva della vita e della bellezza dello spettacolo. E poi, diciamolo, il pubblico non è un semplice spettatore: è parte integrante dello show. Tra risate, applausi e persino qualche accenno di canto, si crea un’atmosfera di complicità che rende tutto ancora più speciale. È come se il teatro diventasse una grande famiglia, dove tutti sono invitati a divertirsi e a lasciarsi andare, senza pensieri e senza riserve. In un mondo sempre più frenetico e caotico, L’Off Off Variety the Christmas Show è una boccata d’aria fresca, un’oasi di leggerezza e bellezza che ci ricorda l’importanza di prendersi una pausa e godersi il momento. È un viaggio nel tempo e nello spazio, un tuffo nel passato che guarda al futuro con occhi pieni di meraviglia. E allora, se volete chiudere l’anno con stile, risate e un pizzico di magia, non potete perdervi questo spettacolo. Prendete un biglietto, lasciatevi alle spalle le preoccupazioni e immergetevi in un mondo fatto di lustrini, piume di struzzo e tanto, tantissimo talento. Perché il Natale è bello, ma con un po’ di Varietà è ancora meglio.
Roma Capitale
CAPODARTE 2025
promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale
coordinata dal Dipartimento Attività Culturali Roma
Capodarte torna il 1° gennaio 2025 con una nuova edizione ricca di eventi e spettacoli gratuiti, che coinvolgeranno l’intera città. L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e coordinata dal Dipartimento Attività Culturali, si pone l’obiettivo di trasformare la capitale in un palcoscenico diffuso, capace di unire il centro storico con le periferie attraverso la cultura e l’arte. Protagonisti di questa edizione sono due volti noti della scena musicale romana: Giancane e Rancore. Giancane, cantautore e musicista apprezzato per il suo stile ironico e graffiante, si esibirà in Largo Arquata del Tronto a San Basilio, portando sul palco l’energia che lo ha reso celebre anche grazie alla sua collaborazione con Zerocalcare. Rancore, rapper di grande spessore e vincitore del premio per il miglior testo al Festival di Sanremo 2020, terrà invece un concerto nel parcheggio dell’Istituto Comprensivo Pablo Neruda a Casal del Marmo. Entrambi gli artisti saranno al centro di un evento pensato per dare voce e spazio alla creatività nelle aree periferiche della città. L’intera giornata del 1° gennaio vedrà un susseguirsi di spettacoli, concerti e performance artistiche in molteplici luoghi simbolici di Roma. Le piazze storiche come Piazza di Spagna, Piazza del Campidoglio e Piazza del Popolo ospiteranno eventi che celebrano la cultura come ponte tra epoche e comunità. Allo stesso tempo, cortili, spazi urbani e istituzioni culturali nei diversi municipi diventeranno scenari di incontri artistici e momenti di condivisione, riaffermando l’identità di Roma come crocevia di culture. L’assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio, ha sottolineato come Roma Capodarte rappresenti un’occasione unica per i cittadini di vivere la città in modo nuovo, riappropriandosi degli spazi che li hanno visti crescere o che li hanno accolti nel corso della loro vita. Questa edizione, in particolare, si inserisce nel contesto dell’anno giubilare, rendendo ancora più significativa la vocazione inclusiva e internazionale dell’iniziativa. Il programma completo degli eventi è consultabile sulla pagina ufficiale dell’evento, offrendo ai romani e ai visitatori un ventaglio di esperienze per celebrare l’inizio del nuovo anno tra arte, musica e partecipazione collettiva. Roma Capodarte 2025 promette di essere un’occasione per riscoprire la bellezza di una città in continua trasformazione, capace di unire tradizione e innovazione in un abbraccio culturale. Qui il programma completo nel dettaglio.
La terza ed ultima delle Cantate che ci sono giunte, dedicate alla prima domenica dopo il Santo Natale è Gottlob! nun geht das Jahr zu Ende BWV 28
eseguita la prima volta a Lipsia il 30 dicembre 1725. La composizione è un atto di preparazione al nuovo anno che sta per arrivare e come tale si presenta, sotto il profilo morfologico, con caratteri particolari. Ad una gioiosa aria di apertura (Nr.1) affidata al soprano, con l’ausilio di 3 oboi e archi, dal ritmo danzante, segue un ampio coro (Nr.2) che si presenta come un Mottetto in stile antico, con gli strumenti che raddoppiano le parti vocali e in tempo “alla breve”. Dunque il tradizionale Coro viene posticipato. Il testo della Cantata è opera di Erdmann Neumeister (1671-1756), uno dei maggiori esponenti di questo genere letterario, che ha scelto per il Coro iniziale ben 12 versi di un Lied di Johann Gramann (1487-1541) uno dei maggiori seguaci di Martin Lutero. L’ampio brano che è senza dubbio la pagina più interessante della Cantata potrebbe non essere una composizione originale ma essere stata concepita come un Mottetto autonomo, non per nulla questa pagina è stata riproposta da Carl Philip Emanuel Bach in un più ampio Mottetto dovuto a Telemann e dotato di una parte conclusiva probabilmente ad opera di Johann Gottlob Harrer (1703-1755), il successore di Bach alla carica di Thomaskantor a Lipsia. Dopo il grande coro, segue un delicato arioso del basso (Nr.3), un recitativo e un duetto contralto/tenore (Nr.3 e 4), pagine godibilissime ma non particolarmente ispirate. La cantata si conclude con classico e semplice Corale (Nr.6).
Nr.1 – Aria (Soprano)
Lode a Dio! Ora l’anno si conclude
ed il nuovo già si annuncia.
Anima mia, ripensa a
quanto di buono la mano di Dio
ha fatto per te nell’anno trascorso!
Intona un gioioso canto di lode per lui;
così egli si ricorderà di te
e ti ricompenserà ancora nel nuovo anno.
Nr.2 – Coro
Ora loda il Signore, anima mia,
tutto ciò che è in me, lodi il suo nome!
Egli moltiplica la sua bontà,
non dimenticarlo, mio cuore!
Ha perdonato i tuoi peccati
e guarito la tua grande debolezza,
ha salvato la tua misera vita
conservandoti sul suo petto.
Riversa su di te la sua benedizione,
ti mantiene vigoroso come un aquila.
Il Re agisce con giustizia preservando
dalla sofferenza gli abitanti nel suo Regno.
Nr.3 – Recitativo e Arioso (Basso)
Così dice il Signore: la mia gioia sarà
fare il loro bene e li pianterò stabilmente
in questo paese, con tutto il mio cuore
e con tutta la mia anima
Nr.4 – Recitativo (Tenore)
Dio è una fonte da cui sgorga ogni bontà;
Dio è una luce in cui risplende ogni grazia;
Dio è un tesoro che racchiude ogni felicità;
Dio è un Signore fedele e amorevole.
Chi lo ama con fede, lo onora con l’affetto di
un fanciullo, medita la sua Parola nel proprio
cuore e abbandona i cattivi sentieri,
a lui Dio si donerà con ogni benedizione.
Chi ha Dio, avrà ogni altra cosa.
Nr.5 – Aria/Duetto (Contralto, Tenore)
Dio ci ha benedetto quest’anno
in cui bontà e prosperità si sono incontrate.
Noi lo lodiamo di cuore e lo preghiamo
di volerci dare anche un felice anno nuovo.
Lo speriamo, conoscendo la sua bontà infinita,
e già lo ringraziamo con riconoscenza.
Nr.6 – Corale
Ti lodiamo per tutta la tua bontà,
Padre del trono celeste
che ci hai mostrato
per mezzo di Cristo, tuo Figlio,
e ti chiediamo ancora:
donaci un anno di pace,
preservaci dal dolore
e sempre sostienici dolcemente.
Traduzione Emanuele Antonacci
Roma, Teatro dell’Opera, Stagione 2024-2025
“LO SCHIACCIANOCI”
Balletto in un prologo e due atti da un racconto di E.T.A. Hoffmann
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
Direttrice Andrea Quinn
Coreografia Paul Chalmer
Assistente alla coreografia Gillian Whittingham
Scene Andrea Miglio
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Valerio Tiberi
Video Igor Renzetti, Lorenzo Bruno
Clara Marta Marigliani
Principe Schiaccianoci Alessio Rezza
Drosselmeyer Mattia Tortora
Fata Confetto Maia Makhateli
Il Suo Cavaliere Julian Mackay
Danza Araba Marianna Suriano
Orchestra, Étoiles, Primi Ballerini, Solisti e Corpo di ballo del Teatro dell’Opera di Roma
Con la partecipazione degli allievi della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Roma, Teatro Costanzi, 22 dicembre 2024
Dopo la grande sorpresa dell’anno scorso, siamo tornati anche quest’anno per riammirare Lo Schiaccianoci in stile liberty del canadese Paul Chalmer. L’emozione è stata grande anche quest’anno, anche grazie alla bacchetta al femminile vitale e pulsante di Andrea Quinn, già direttrice d’orchestra del New York City Ballet e del Royal Ballet di Londra. Ne abbiamo approfittato per cogliere maggiori sfumature nell’interpretazione danzata dei ruoli da parte del cast locale, nonché degli affermati guests. Soprattutto si è precisata meglio la scena ambientata a casa Stahlbaum, successiva al prologo dedicato ai mercatini di Natale. Il rinnovato racconto musicale ha qui evidenziato meglio l’intera tessitura coreografica, donando enfasi anche alla caratterizzazione dei personaggi. In particolare, ci ha colpito il danzatore Simone Agrò nel ruolo di Fritz, distintosi per una vivace aria sbarazzina, nonché per la grande qualità del salto. Non manca in lui una certa acrobaticità, che lo fa brillare anche in brevi sequenze assimilabili alla break dance. Alla sua figura è contrapposta la morbida femminilità sognante di Marta Marigliani nel ruolo di Clara, le cui linee volteggiano insieme alla lunga chioma scura in un elegante legato. Estremamente raffinata è la figura di Drosselmeyer interpretato da Mattia Tortora. Con il suo occhio bendato da corsaro e le luminose pailletes, egli desta meraviglia sia tra i signori che ne ammirano le conoscenze tecnologiche, sia tra i bambini che lo vedono come un mago. Egli, del resto, è capace di fermare il tempo e di farlo ripartire, così come di immortalare gruppi di famiglia in foto d’epoca. Sotto il suo influsso, Clara vede materializzarsi le sue angosce adolescenziali in gruppi di topi che la minacciano, e si sente protetta dalla crescita del suo piccolo Schiaccianoci ad altezza d’uomo. Dopo una suggestiva battaglia, il nostro eroe riesce a trionfare e dalla fiaba si passa all’umanizzazione. Tra le braccia dell’amabile partner incarnato da Alessio Rezza, Clara si slancia in un crescendo che ne accompagna la sognante sospensione in aria. Come in un soffio di vento sulla musica dei fiati appaiono ora i fiocchi di neve, intrigandoci per il loro peculiare dinamismo e la composizione scenica innovativa dei gruppi, nonché per il brillante fervore nell’utilizzo delle braccia. Tra loro si inseriscono i due protagonisti in un duetto che rivela l’attenzione dello Schiaccianoci di Alessio Rezza. Se la danza della Marigliani è pura poesia, la partnership con Rezza funge da dolce contrappunto. I fiocchi di neve li avvolgono in un incantevole movimento in cerchio, che improvvisamente si spezza per accogliere l’arrivo di una colorata mongolfiera. Rimasto solo a lato, affianco ad una verde slitta, Drosselmeyer ricompare ad inizio del secondo atto per mettere in moto un carillon musicale a forma di albero meccanizzato, su cui siedono buffe scimmie in color fucsia. Tra un volo e un altro della sovrastante mongolfiera, compare una regale Maia Makhateli (principal dancer dell’Het Nationale Ballet) nel ruolo della Fata Confetto che ci ricorda di esser ormai nel mondo di Confiturenburg. Con formidabile maestosità ella scolpisce scultoree pose nello spazio, per poi affidarsi alla grottesca magia delle tre scimmie che le fanno da porteurs. Arrivano dunque anche i due protagonisti. A Clara la Fata Confetto regala simbolicamente una corona. Lo Schiaccianoci ha ora modo di mostrare la sua personalità in un pantomimico assolo. È il racconto della vittoria sul Re dei Topi, festeggiato con esultanza attraverso l’avvio del famoso divertissement. All’esuberanza della Danza Spagnola fa seguito la sensualità della Danza Araba incarnata in questa data dalla presenza scenica della prima ballerina Marianna Suriano, che rivelatasi grazie allo srotolamento di un tappeto persiano presta le sue sinuose linee alle magniloquenti pose in attitude cambré, mentre i nostri protagonisti fumano del narghilè. Decisamente esotizzante è nei suoi sbalzi con gli indici all’insù la Danza Cinese con l’imponente dragone, i ventagli, l’ombrello, gli abiti di seta. Sbalorditivo è il russo Trepak, seguito dal garbo caramellato dei Mirlitons nei tutù vaporosi di Gianluca Falaschi. Rientrano poi le scimmie per impressionarci con i loro intrecci di gambe e cambi di peso, nonché per dare il là al romantico Valzer dei Fiori. Ci immergiamo dunque nella grazia del pas de deux finale. Nel suo brillantato tutù screziato di rosa Maia Makhateli nel ruolo della Fata Confetto riappare adesso accompagnata dal degno partner Julian Mackay (principal del Bayerisches Staatsballet), la cui figura slanciata è esaltata dalla bianca calzamaglia. Se il ricamo scultoreo dei movimenti di lei è connotato da una speciale forza, lui è particolarmente leggiadro, e dona perfetto compimento ai fermi equilibri di lei disegnati su punte d’acciaio. La variazione di Julian Mackay è un vortice infinito, che parte dal manège di jetés en tournant per trascolorare senza soluzione di continuità nelle pirouettes à la seconde. La variazione di lei è un gioiello prezioso di squisita precisione che riesce ad inanellare in un incastro stupefacente petits battus e pose in arabesque. La coda del pas de deux è il trionfo del virtuosismo, portato all’apice nei fouettés in diagonale della Makhateli. Rientrano dunque in scena tutti a tempo di valzer per la conclusione: la mongolfiera riparte, i bambini riprendono a colpirsi con palle di neve, Clara si risveglia dal suo languido sogno. In mano ancora una volta lo Schiaccianoci, emblema della sua rigenerazione interiore e dell’apertura alla vita adulta. Photocredit @NicholaMackay
Roma, Teatro OFF/OFF VARIETY
THE CHRISTMAS SHOW
uno spettacolo di Silvano Spada
con Pino Strabioli, Giulia Di Quilio, Pierfrancesco Poggi, Santino Fiorillo
corpo di ballo Alessandro Giofrè, Virgil Maggiorani, Biagio Pagano, Luca Petronilli, Vincenzo Piazza
coreografie Francesco Spizzirri
creazioni video Fabio Massimo Iaquone spazio scenico e luci Umberto Fiore aiuto regia Orazio Rotolo Schifone
programmazione luci Gloria Mancuso
esponsabile scene Jean Paul Ame
per l’Off/Off Theatre
segreteria generale Aurora Faccini
consulenza generale Clelia Catalucci
ufficio stampa Carla Fabi, Roberta Savona
promozione Francesca Moreddu
È il nuovo spettacolo delle Festività Natalizie e Capodanno: uno spettacolo di comicità, coreografie, musica, canzoni, modern dance e burlesque. Da Londra a Parigi, da New York a Berlino e in tutto il mondo, il Varietà è una forma di spettacolo che affascina da sempre le platee. Nato in Francia alla fine degli anni Trenta del Novecento, il Varietà è diventato da subito repertorio internazionale e in Italia è stato ribalta di grandi protagonisti del nostro spettacolo da Totò ad Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Walter Chiari, Tognazzi, Vianello e Mondaini, la “Diva” Wanda Osiris e tantissimi altri e poi approdato in televisione con i grandi show, protagoniste Mina, Cuccarini, Parisi e Raffaella Carrà.
Roma, Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo
NATIVITY
un progetto concepito dalla Fondazione Giovanna Dejua
curato da Davide Vincent Mambriani
Roma, 28 dicembre 2024
Roma, con la sua millenaria vocazione a essere crocevia di fede, arte e cultura, ospita nella Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo una mostra che si inserisce armoniosamente nel contesto delle celebrazioni per il Giubileo 2025. Nativity, un progetto concepito dalla Fondazione Giovanna Dejua e curato da Davide Vincent Mambriani, Incaricato per gli Affari Culturali del Giubileo, offre un percorso espositivo che unisce passato e presente, tradizione e innovazione. Il patrocinio del Dicastero per l’Evangelizzazione, fortemente voluto da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Rino Fisichella, conferisce all’evento un’aura di particolare solennità, sottolineandone l’importanza nell’ambito dell’Anno Santo. L’allestimento della mostra è pensato per guidare il visitatore in un viaggio che esplora il tema della natività attraverso le epoche. Il fulcro del percorso è rappresentato dal dialogo tra due opere contemporanee di Giovanna Dejua, esponenti del suo “Nuovo Progetto Astratto”, e due capolavori del Quattrocento: la Madonna del Latte con Bambino di Antoniazzo Romano e la Madonna della Salute, attribuita a un anonimo maestro dell’epoca. Questa scelta curatoriale crea un ponte ideale tra la spiritualità rinascimentale e le sensibilità artistiche contemporanee, offrendo al pubblico un’esperienza di riflessione sul significato eterno della maternità e della speranza, temi centrali nella bolla d’indizione del Giubileo, Spes non confundit. L’ambiente della Chiesa di Santa Maria Annunziata in Borgo, con la sua atmosfera intima e sacra, accresce la suggestione dell’esposizione, invitando i visitatori a una contemplazione che è al contempo estetica e spirituale. Le opere, illuminate con cura per esaltarne i dettagli e la profondità simbolica, sono collocate in modo da stimolare un dialogo visivo e concettuale. Questa configurazione permette di cogliere sia le radici storiche che le interpretazioni contemporanee del tema della natività, in una narrazione che si sviluppa fluidamente attraverso il tempo. Mons. Rino Fisichella ha osservato come questa mostra rappresenti un’opportunità unica per coniugare fede e arte, accogliendo i pellegrini dell’Anno Santo in un percorso che testimonia la continuità del messaggio cristiano. Le parole del Dott. Angelo Paletta, Direttore della Fondazione Giovanna Dejua, sottolineano ulteriormente la centralità del progetto: “‘Nativity’ celebra la natività non solo come evento religioso, ma come tema universale che attraversa i secoli, affiancando opere del Quattrocento, del Seicento e del Settecento alle creazioni contemporanee di Giovanna Dejua, per un dialogo che è insieme storico e attuale”. Dopo la sua tappa romana, la mostra si sposterà in altri luoghi di grande valore culturale e storico, tra cui il Palazzo Chigi di Ariccia, il Museo Civico Lanuvino di Lanuvio e il Comune di Gerano. Ogni sede aggiungerà un tassello alla narrazione, arricchendo l’esperienza dei visitatori con contesti unici e profondamente legati al territorio. A luglio 2025, Nativity approderà a Firenze, dove sarà ospitata nel prestigioso Museo de’ Medici. Qui, le opere di Giovanna Dejua offriranno un’inedita prospettiva sul tema della natività, in un luogo che ha visto protagonisti artisti come Botticelli e Suttermans, evocando il legame tra l’arte e il potere dei Medici. L’evento si arricchisce anche di un approccio innovativo grazie alla sua presenza nel metaverso di Oplan City, una piattaforma digitale che consente una fruizione virtuale delle opere, ampliando l’accessibilità dell’esposizione a un pubblico globale. Questa iniziativa, che unisce tecnologia e cultura, è accompagnata dalla realizzazione di eleganti cartoline filateliche da collezione a cura di Poste Italiane, ulteriore testimonianza dell’impegno nel valorizzare e diffondere il messaggio della mostra. Nativity non è solo un’esposizione artistica, ma un progetto che intreccia profondamente fede, storia e innovazione, proponendo una visione inclusiva e attuale della tradizione cristiana. Attraverso il dialogo tra opere d’arte di epoche diverse, si rinnova il significato di tematiche senza tempo, offrendo un contributo prezioso al panorama culturale delle celebrazioni per il Giubileo 2025.
Opera in due atti su libretto di Giuseppe Palomba. Rocco Cavalluzzi (Don Gianpaolo Lasagna), Eleonora Bellocci (Bellina), Matteo Loi (Don Romualdo), Valentino Buzza (Filandro), Martina Licari (Ersilia), Angela Schisano (Leonora). Theresia Orchestra, Alessandro De Marchi (direttore). Registrazione: Rieti, Teatro Flavio Vespasiano, 6-8 ottobre 2022. 2 CD CPO 555 595-2
Domenico Cimarosa nel 1794 – al culmine della maturità artistica e reduce dai trionfi a Vienna e in Russia – porta in scena al teatro dei Fiorentini, tempio dell’opera buffa napoletana, “Le astuzie femminili” su libretto di Giuseppe Palomba che seppur meno nota de “Il matrimonio segreto” in nulla sfigura per qualità musicale – la vena melodica di Cimarosa raggiunge qui alcuni dei suoi apici assoluti – e per originalità musicale e compositiva.
L’opera s’inserisce pienamente nel genere dell’opera buffa napoletana di cui fa propri gli elementi essenziali. La trama – con la coppia di giovani amanti e i vecchi pretendenti alla fine burlati – e in fondo assai convenzionale e anche la contrapposizione tra i personaggi “seri” parlanti italiano e quelli buffi chiamati a esprimersi in vernacolo (fa in parte eccezione il leguleio Don Romualdo in cui il linguaggio volutamente aulico non è privo d’intonazione caricaturale) affonda nella tradizione. Cimarosa investe e stravolge però questo canovaccio con un’originalità che a torto spesso non gli viene riconosciuta. Il compositore di Aversa inserisce nella sua musica echi delle esperienze maturate in Europa – una melodia russa fa capolino fin dall’ouverture – così come più ricca e raffinata si è fatta la scrittura orchestrale che sorregge una facilità melodica semplicemente irresistibile.
Anche sul piano formale Cimarosa gioca con gli stilemi e quasi spiazza l’ascoltatore del tempo abituato a certe formule standardizzate. La struttura rimane a pezzi chiusi ma si nota una volontà di superare moduli troppo rigidi, compaiono scene più libere – come quella iniziale – forzature delle forme tradizionali – si ascolti l’ampio duetto tra Filandro e Bettina che occupa quasi metà del finale primo, un uso più variato dei recitativi con tanto di brani accompagnati. Altri elementi sono oggi meno evidenti ma all’epoca dovevano avere una portata dirompente, la collocazione della cavatina di Filandro – così definita in partitura – era una rottura totale con tutte le convenzioni.
La presente registrazione eseguito in occasione delle recite in occasione del Reate festival 2022 presenta per la prima volta l’edizione critica eseguita su strumenti originali. Protagonista dell’iniziativa è Alessandro De Marchi, tra i massimi specialisti italiani della prassi filologica che si avvale per l’occasione della Theresia Orchestra compagine con sede a Lodi e composta da giovani musicisti accuratamente selezionati e impegnati su strumenti originali. De Marchi mostra un’ottima intesa con la compagine orchestrale che suona davvero molto bene ed esalta con elegante naturalezza la scrittura di Cimarosa.
Composto da giovani anche il cast. Voci fresche e brillanti ma rette da ottima formazione e impeccabile senso stilistico che affrontano con grande proprietà la partitura unendovi una vivacità espressiva godibile anche al semplice ascolto.
Semplicemente incantevole la Bellina di Eleonora Bellocci. Soprano lirico dal timbro cristallino e mai aspro, dalla musicalità impeccabile e dall’innegabile temperamento. La voce è morbida e duttile, con bella omogeneità su tutta la gamma, impeccabili il controllo sul fiato e la pulizia dell’emissione. Una ragazza di sicuro talento destinata a far parlare di se nei prossimi anni. Colpisce meno l’amato Filandro di Valentino Buzza. Voce solida e piacevole ma apparentemente già proiettata verso un repertorio più spinto. Nonostante un lavoro interessante sul fraseggio e sull’accento il materiale vocale manca un po’ di eleganza nel contesto generale. Nulla da ridire sull’altro tenore Matteo Loi che affronta la parte buffa di Don Romualdo con voce agilissima e dizione impeccabile. Il giovane tenore riesce inoltre a rendere molto bene la caricata prosopopea del personaggio.
L’altro buffo – più canonicamente basso – è Rocco Cavalluzzzi nei panni di Don Gianpaolo Lasagna che come da tradizione si esprime in vernacolo partenopeo. Forse il più esperto tra gli interpreti e va valere la sua maturità in un ruolo dove le doti interpretative prevalgono su quelle vocali. La dizione è molto nitida – pur con i problemi dati da una lingua volutamente molto popolaresca e quindi difficile fuori da quel contesto – e i rapidi sillabati di cui la parte non manca hanno la giusta brillantezza esecutiva. Cavalluzzi riesce a rendere anche quei momenti più patetici che Cimarosa dona al personaggio, quasi anticipando una visione più ricca e umana del buffo che si affermerà pienamente con Rossini. Martina Licari è un’Ersilia fresca e vivace, cantata con brio e ottimo gusto mentre Angela Schisano nella parte di Leonora fornisce la componente grave al terzetto femminile senza però risultare impropriamente troppo matura. Registrazione molto pulita – tanto più trattandosi di una ripresa dal vivo – e libretto di accompagnamento completo e puntuale, con testi anche in lingua italiana.
Milano, Teatro alla Scala, Stagione 2024/25
“LO SCHIACCIANOCI”
Balletto in due atti
Coreografia e Regia Rudolf Nureyev
Musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
Il dottor Stahlbaum GABRIELE CORRADO
La signora Stahlbaum FRANCESCA PODINI
Il signor Drosselmeyer/ Il Principe HUGO MARCHAND
Clara ALICE MARIANI
Fritz MATTIA SEMPERBONI
Luisa LINDA GIUBELLI
La nonna SERENA SARNATARO
Il nonno MATTEO GAVAZZI
Lo schiaccianoci VALERIO LUNADEI
Il re Topo DAVIDE MERCOLEDISANTO
Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche e allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Valery Ovsyanikov
Scene e Costumi Nicholas Geōrgiadīs
Luci Andrea Giretti
Milano, 20 dicembre
Dopo due anni, torna lo Schiaccianoci di Nureyev sul palcoscenico della Scala, la favola di Natale per eccellenza i cui incassi sono garantiti. Nata dal racconto Schiaccianoci e il re dei topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann, il successo postumo di questo spettacolo ha fatto però sì che tutti gli adattamenti dello Schiaccianoci vedano come fonte anche e soprattutto questo balletto, con un indissolubile legame alla musica di Čajkovskij, nota a chiunque (anche a chi non sappia cosa sia e chi l’abbia composta). Quest’anno, poi, la stagione è iniziata con un celebre ospite dell’Opera di Parigi, Hugo Marchard, che ha danzato con Alice Mariani per le prime tre serate di apertura. Della coreografia avevamo già parlato ai tempi, dei suoi grandi valori (ad esempio dell’interessante sovrapposizione tra il personaggio di Drosselmayer e il Principe, interpretato dallo stesso ballerino, forse catturando maggiormente alcuni aspetti del racconto), ma anche dei dubbi estetici che si possano avere (questa era la nostra recensione). In merito, troviamo utile aggiungere qualche considerazione trovata tra le pagine del New York Times del 1988, al debutto americano di questa coreografia. Anna Kisselgoff sottolinea, dopo gli aspetti felici dello spettacolo, anche come il “filo drammatico che dovrebbe tenere insieme questo soggetto viene spesso abbandonato, attraverso una scenografia a tratti superficiale e l’assenza di scene di transizione”; ma anche che “la maggior parte della coreografia di Nureyev è troppo rococò rispetto al necessario, coincidendo solo raramente con i climax musicali che Čajkovskij offre così gentilmente”. Informazione ancora più preziosa – e che ci fa rendere conto di quanto la critica di un tempo (oggi quasi insistente, e, dove c’è, tristemente ininfluente) padroneggiasse la materia di cui parlava – è quella che i momenti più brillanti derivino dalla coreografia di Vassily Vainonen per il Balletto di Kirov del 1934. Quindi, anche in questo contesto emerge la formazione sovietica di Nureyev, ma anche di Baryshnikov (che ha debuttato come coreografo con questo balletto negli anni ‘70). Infatti, viene riferito che fu lo stesso Nureyev ad aver attribuito a Vainonen parte del merito per il pas de deux finale; ma anche la scena dei fiocchi di neve è stata ricondotta ai suoi modi. Poi, come Barishnikov, iniziò a sviluppare nel tempo “l’idea di Vainonen che Clara, la bambina, sarebbe stata ballata da un adulto e che sarebbe cresciuta assumendo il ruolo solitamente interpretato da un personaggio separato, la Fata Confetto”: un elemento di realismo psicologico che si lega al realismo socialista che influenzò anche il mondo del balletto, modificando di conseguenza la percezione di uno spettacolo del XIX secolo concepito come intrattenimento. E come tale fu inteso nell’Ottocento, un semplice spettacolo di e con i bambini. Poi, la versione di Nureyev è andata oltre, con l’introduzione di una sfumatura “freudiana”, con Clara che si innamora di una figura paterna sotto le vesti dello Schiaccianoci. Ma non indugiamo oltre, e concludiamo affermando che con un ballerino che ha vissuto e si è formato nell’alveo della tradizione di Nureyev, questa coreografia assume ben altri connotati, e parecchie remore estetiche possono venire meno. Se alcuni virtuosismi tecnici possono pur sembrare superflui, nelle mani di alcuni danzatori divengono in qualche modo parlanti. Alice Mariani è stata un’ottima scelta per inaugurare questa stagione, si è confermata una ballerina di grande valore estetico, ma soprattutto umano. Possiede non solo una cura estrema della tecnica, ma anche un calore che trasmette attraverso la modulazione dei tempi dei passi e nei movimenti delle braccia. Hugo Marchand, per la prima volta sul palco del Piermarini, divide alcuni dei ballettomani più incalliti, ma è indubbio che si tratti di un grande ballerino, chirurgico nei movimenti e dalla forte presenza scenica. Ci sembra abbia colto in pieno quanto ha dichiarato: “la versione Nureyev non è zuccherosa: ci mette tecnicamente alla prova, ma offre una lettura psicanalitica che dona spessore alla fiaba, nell’evoluzione della psicologia dei personaggi e della loro umanità complessa”. La coppia ha ricevuto grandi ovazioni e anche applausi a scena aperta durante la coda del passo a due finale, e molti spettatori si sono fermati all’uscita artisti per salutarli, dimostrandogli molto affetto. Tutto il resto del cast ha danzato all’altezza della serata, a partire dalla coppia Mattia Semperboni e Linda Giubelli fino al trio Vittoria Valerio, Agnese di Clemente e Nicola Del Freo per la Pastorale. Se proprio volessimo sottolineare qualcosa, possiamo dire che ci saremmo aspettati la scelta di danzatori più sinuosi per la coppia solista della danza araba, soprattutto per Antonella Albano, forte nel repertorio contemporaneo ma forse meno vicina a questi ruoli. Riguardo alla scenografia, se qualcuno ne cita la cupezza, se non addirittura tratti di “superficialità” (tornando all’articolo di Kisselgoff), crediamo che siano di una certa finezza e che rimandino a un’ambientazione tardo-ottocentesca, soprattutto per gli arazzi alle pareti e per le luci dalle gradazioni molto calde simili a quelle delle candele. Si è rivelata una piacevole sorpresa, infine, la conduzione di Valery Osyanikov. Già dall’ouverture si è notata la cura delle sfumature espressive della partitura, mettendo in risalto tanti piccoli elementi che invece una conduzione più attenta alla linea melodica fa passare maggiormente in secondo piano. Ci auguriamo quindi di vederlo nuovamente in qualche altra conduzione. Le repliche, con gli altri cast, avranno luogo il 29 e 31 dicembre, e il 3, 4, 5, 7, 9, 10, 11 e 12 gennaio, che registrano già il tutto esaurito! Foto Brescia & Amisano
Ich freue mich in dir BWV 133 eseguita la prima volta a Lipsia, il 27 dicembre 1724 è una cantata su Corale per il terzo giorno dopo il Santo Natale, dedicato a San Giovanni Evangelista. Una partitura che impegna poco il Coro utilizzato solo per esporre la semplice linea di canto del Corale. Infatti la pagina d’apertura (Nr.1) si presenta nella forma di un preludio corale, con il coro che canta le linee del corale, intervallate da intermezzi orchestrali. La bella interpolazione orchestrale rende questa pagina affascinante. Il resto della partitura poggia su due arie.. La prima per contralto (Nr.2) e la seconda per soprano (Nr.4). L’aria per contralto, con da capo, brillante nella linea di canto si avvale della presenza di un oboe d’amore. Dopo un recitativo del tenore (nr.3), segue l’ampia aria, ancora con da capo, del soprano, dalla dolce linea melodica e un bell’accompagnamento d’archi. Dopo un recitativo del basso (Nr.4) ritorna il coro che conclude la cantata intonando nuovamente una strofa del Corale.
Nr.1 – Coro/Corale
Io gioisco per te
e ti do il benvenuto,
mio caro bambin Gesù!
Tu hai voluto essere
il mio fratellino.
Ah, che dolci parole!
Si fa a noi amico
il grande Figlio di Dio!
Nr.2 – Aria (Contralto)
Sii fiducioso! Un corpo santo racchiude
l’insondabile essenza dell’Altissimo.
Ho visto Dio – che gioia ho provato! –
faccia a faccia.
Ah! La mia anima ne sarà guarita.
Nr.3 – Recitativo (Tenore)
Adamo ha avuto paura
nascondendosi alla vista di Dio
nel paradiso!
Ma Dio onnipotente viene in messo a noi:
dunque il mio cuore non deve temere;
conosce la sua misericordia.
Per la sua infinita bontà
egli diviene un bambino
che chiamo il mio piccolo Gesù.
Nr.4 – Aria (Soprano)
Quanto dolci risuonano alle mie orecchie
queste parole: il mio Gesù è nato,
ciò tocca in profondo il cuore!
Chi non conosce il nome di Gesù,
ed il cui cuore non ne è colpito,
dev’essere fatto di dura pietra.
Nr.5 – Recitativo (Basso)
Ebbene, tristezza e paura della morte
non turbano il mio cuore riconfortato.
Se Egli ha voluto discendere
dal cielo alla terra,
si ricorderà anche di me
quando sarò nella tomba.
Chi conosce veramente Gesù
non muore quando muore,
se pronuncia il nome di Gesù.
Nr.6 – Corale
Così sia, desidero
restarti vicino, o Gesù,
anche se il mondo dovesse
spaccarsi in mille pezzi.
O Gesù, per te,
solo per te io vivo;
in te, solo in te,
mio Gesù, posso riposare.
Traduzione Emanuele Antonacci
Firenze, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino – Settembre-Dicembre 2024
“MAVRA”
Opera buffa in un atto su libretto di Boris Kochno tratto dal poema “La casetta di Kolomn” di Aleksandr Puskin
Musica di Jgor Stravinskij
Paraša JULIA MUZYCHENKO
La madre KSENIA NIKOLAIEVA
La vicina ALEKSANDRA METELEVA
L’ussaro IVÁN AYÓN RIVAS
“GIANNI SCHICCHI”
Opera in un atto su libretto di Gioachino Forzano
Musica di Giacomo Puccini
Gianni Schicchi ROBERTO DE CANDIA
Lauretta JULIA MUZYCHENKO
Zita VALENTINA PERNOZZOLI
Rinuccio IVÁN AYÓN RIVAS
Gherardo HOU YAOZHOU
Nella NIKOLETTA HERTSAK
Gherardino GREGORIE ZARIC
Betto di Signa GONZALO GODOY SEPÚLVEDA
Simone ADRIANO GRAMIGNI
Marco YURII STRAKHOV
La Ciesca ALEKSANDRA METELEVA
Maestro Spinelloccio / Ser Amantio Di Nicolao DAVIDE SODINI
Pinellino HUIGANG LIU
Guccio MICHELE GIANQUINTO
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Francesco Lanzillotta
Regia, scene, costumi, luci Denis Krief
Firenze, 22 dicembre 2024
Secondo Puccini le leggi fisse in teatro sono: «interessare, sorprendere e commuovere o far ridere bene»; pertanto Mavra è stato un autentico divertissement e Gianni Schicchi lascia percepire l’auspicio «di ridere e di far ridere». In Mavra le immagini proiettate (film del 1913: La casetta a Kolomna dall’omonimo racconto di Puškin, regia di Pёtr Čardynin) che accompagnavano l’azione e l’idioma utilizzato, oltre alla regia di Denis Krief, molto attenta ad offrire una narrazione asciutta benché ancorata alla tradizione tout court, dichiarano l’autenticità russa, risaltando così la dedica di Stravinskij “A la mémoire de Pouchkine, Glinka, et Tchaikovsky”. La direzione composta e sicura di Francesco Lanzillotta ha restituito sonorità belle e smaglianti dell’Orchestra del Maggio, garantendo altresì un buon equilibrio con le voci. Il lavoro, dalla scrittura non complessa con simmetrie anche nel canto, evocando il tematismo delle romanze da salotto italiano del primo Ottocento nella versione lirico-sentimentale russa, è risultato uno spettacolo godibile. A rendere tutto fruibile e nei giusti toni la minuziosa cura dei rapporti tra i vari aspetti drammaturgici ove – grazie al regista che ha curato anche scene, costumi e luci – si poteva seguire chiaramente in itinere l’azione, il ruolo dei personaggi, i vari elementi di spettacolarizzazione e quant’altro. Una bella e divertente interpretazione dei quattro personaggi ove spiccava la presenza scenica e resa musicale di Julia Muzychenko (Paraša) e di Iván Ayón Rivas (L’ussaro) oltre all’avvincente partecipazione di Ksenia Nikolaieva (La madre) e di Aleksandra Meteleva (La vicina) che completavano il quartetto ben equilibrato, pur con gli spigolosi interventi dell’orchestra e qualche incursione jazzistica. Il pubblico, decisamente coinvolto nella storia d’amore tra Paraša e Vasilij, ha accennato a qualche risata. Il giovane innamorato, pur di vivere sotto lo stesso tetto della sua amata, si traveste da donna, presentandosi come la domestica Mavra. Dopo un duetto d’amore dei due giovani, Vasilij, restando solo, ne approfitta per radersi la barba. Sorpreso dal rientro improvviso delle due donne, la madre di Paraša, accortasi dell’inganno, cade perdendo i sensi, mentre il giovane fugge dalla finestra e la ragazza urla «Vasilij, Vasilij!» sembrando un finale sospeso.
Gianni Schicchi, terza parte del Trittico ben distinta dalle altre sul piano compositivo, consta di una narrazione da commedia dell’arte in versione moderna in cui dall’episodio dantesco (Inferno, XXX) si arguisce il raggiro di Schicchi verso i parenti della famiglia del defunto Buoso Donati. Invitato a risolvere il problema della loro esclusione dall’eredità, siccome Betto rivela che a Signa «Ci son delle voci…[…] dal Cisti fornaio: “Se Buoso crepa, pei frati è manna!”/ Diranno: pancia mia, fàtti capanna!» l’astuto Schicchi, interpretato da un ottimo e versatile Roberto De Candia, pur di assicurare alla figlia Lauretta la dote per sposare Rinuccio Donati, di ceto sociale superiore – interpretato da Iván Ayón Rivas, una delle più belle voci della serata – è convinto dalla ragazza e, prendendo il posto nel letto del defunto, detta un falso testamento all’ignaro notaio. A fare da sfondo, creare la giusta ambientazione e rendere tutto più toscano è la Firenze medievale con l’immagine del Ponte Vecchio esaltata nel canto di Rinuccio: «Firenze è come un albero fiorito» poco prima della fine nell’emozionante e sentimentale Duetto tra i giovani che, abbracciandosi, esclamano «…Firenze da lontano/ci parve il Paradiso!». A percepire maggior ‘profumo’ toscano sono stati i precisi riferimenti toponomastici (Signa, Fucecchio, Figline, Prato, Empoli, ecc.) oltre all’uso di toscanismi. Alcuni effetti onomatopeici, grazie ai sicuri ed efficaci interventi degli strumenti, contribuivano a rendere più fruibile la narrazione come, per esempio, quando Schicchi invita Lauretta a portare del cibo all’ uccellino. Il ‘cinguettare’ del flauto ricorda la copiosa letteratura dedicata e associata allo strumento o quando Schicchi – nell’indicare il lascito testamentale – pronuncia la mula, la casa e i mulini: il tremolo degli archi allude all’agitazione dei presenti, ecc. La celeberrima aria “O mio babbino caro”, interpretata con un fraseggio impeccabile dalla Muzychenko, riusciva a far commuovere e convincere il padre, ma allo stesso tempo ‘obbligava’ il pubblico alla concentrazione con lo sguardo e l’ascolto tanto da riscuotere un meritato applauso. Ancora una volta il pieno controllo della partitura di Lanzillotta, il bel fraseggio e colore dell’orchestra (archi con inserimenti dei legni che raddoppiano il melos del soprano e il lungo tappetto di arpeggi dell’arpa) esaltava l’incanto della musica di Puccini unitamente alla bella interpretazione di tutti dell’Andantino ingenuo. Nel pregevole lavoro di squadra si è apprezzata la direzione sempre controllata senza escludere un gesto più funzionale per episodi brillanti, il rispetto dei colori della partitura e la valorizzazione delle singole sezioni dell’orchestra che, ancora una volta, hanno dimostrato l’ottimo livello senza dimenticare l’intero cast dei cantanti che, oltre all’interessante vocalità, ha ben interpretato i vari personaggi. A chiudere questo racconto sembrava che il pubblico guardasse i due innamorati con gli stessi occhi di Gianni. Quest’ultimo, commuovendosi, sorridendo e rivolgendosi al pubblico, recita: «se/ stasera vi siete divertiti, concedetemi voi …/ … l’attenuante!». I ripetuti applausi di un pubblico molto divertito hanno suggellato il meritato successo per tutti.
Roma, Museo del Corso
Palazzo Cipolla
LA CROCIFISSIONE BIANCA di Marc Chagall
Roma, 27 dicembre 2024
La memoria artistica si fa qui testimone e ambasciatrice di un dolore universale, racchiuso nella forma espressiva di una crocifissione che è, al tempo stesso, emblema della storia e superamento del tempo stesso. Marc Chagall, con la sua Crocifissione bianca, non si limita a rappresentare una scena iconografica: egli ridefinisce il linguaggio dell’arte, intrecciando il sacro e il profano, il dolore storico e la speranza universale, in un’alchimia cromatica che supera le barriere della figurazione tradizionale. Esposta nel cuore pulsante di Roma, tra le mura di Palazzo Cipolla, l’opera si presenta non come un semplice quadro, ma come un portale capace di trasportare il visitatore in una dimensione altra, dove il significato trascende la superficie pittorica per abbracciare un’esperienza collettiva di sofferenza e redenzione. Questo luogo, scelto come scenario della Crocifissione bianca, non è casuale: Palazzo Cipolla si erge come simbolo di un’istituzione culturale che raccoglie e rilancia il valore della memoria, dando nuova vita a un racconto che intreccia l’universale e l’individuale. Nell’analizzare la Crocifissione bianca, ci troviamo di fronte a un’opera che sfugge a una lettura univoca, stratificandosi su molteplici livelli semantici. Il Cristo, figura centrale, è avvolto in un tallit, il tradizionale scialle di preghiera ebraico, che ridefinisce l’immagine del crocifisso come simbolo non esclusivamente cristiano, ma come archetipo universale del dolore umano. In questa scelta iconografica, Chagall opera un gesto radicale: egli rende la sofferenza del Cristo un ponte tra religioni, un simbolo che unisce invece di dividere, in un momento storico in cui le ideologie del conflitto sembravano destinate a prevalere. Intorno alla figura centrale, la composizione si anima di dettagli che richiedono una lettura attenta e meditativa. Profughi in fuga, case incendiate, bandiere rosse – simbolo della violenza delle SS – si intrecciano in un’iconografia che non è semplice descrizione, ma trasfigurazione poetica del reale. Chagall non dipinge una cronaca, ma un mito contemporaneo, dove il particolare diventa universale e il tempo si dissolve in un’eternità simbolica. Questa eternità è accentuata dall’uso del colore, che nella Crocifissione bianca si fa essenza emotiva e strutturale. I bianchi dominanti non sono vuoto, ma spazio carico di tensione, un palcoscenico metafisico dove il dramma si consuma. Il rosso, intenso e vivido, è il segno del sangue, della passione, ma anche della violenza che stravolge e annienta. Il verde e il blu, più sommessi, introducono una nota di speranza, quasi a ricordare che, anche nel dolore più profondo, sopravvive un seme di redenzione. Ma cosa rende questa crocifissione unica nel panorama dell’arte moderna? La risposta risiede nella capacità di Chagall di coniugare l’intimo e il collettivo, il sacro e il politico, senza mai cadere nella retorica. Nel dipinto è raffigurata simbolicamente la distruzione compiuta dai soldati dei pogrom. Si tratta di razzie antisemite, compiute tra il 1881 e il 1921 dai soldati dell’esercito russo contro gli ebrei. Anche i comunisti di Stalin portarono avanti una terribile persecuzione contro gli ebrei negli Anni Trenta del Novecento. Infine, al termine della Seconda Guerra Mondiale, altri pogrom vennero condotti contro i sopravvissuti alla Shoah. Questi eventi non sono solo riferimenti storici: diventano elementi costitutivi di un linguaggio visivo che si fa narrazione universale. Palazzo Cipolla, luogo dell’esposizione, aggiunge un ulteriore livello di significato all’opera. Questo spazio non è solo un contenitore, ma un elemento attivo del dialogo tra passato e presente, tra memoria e contemporaneità. La scelta di inaugurare il nuovo polo museale del Museo del Corso con la Crocifissione bianca è un atto simbolico: rappresenta la volontà di costruire un ponte tra la storia e il futuro, tra l’arte e la società. Il museo diventa così un laboratorio di riflessione, un luogo dove il passato non è mai chiuso, ma sempre aperto a nuove interpretazioni. In questa prospettiva, la Crocifissione bianca assume il ruolo di opera paradigmatica. Essa non è solo un’immagine da contemplare, ma una domanda da affrontare, un dialogo da intraprendere. Qual è il nostro ruolo di fronte alla sofferenza altrui? Come possiamo trasformare il ricordo in azione, la memoria in responsabilità? Le risposte, come spesso accade nell’arte, non sono date, ma suggerite. Chagall non ci offre soluzioni, ma ci invita a interrogarci, a esplorare le pieghe della nostra coscienza. E in questo processo, l’arte diventa non solo specchio, ma anche guida, un faro che illumina il cammino in un mondo spesso segnato dall’oscurità. La Crocifissione bianca è dunque un capolavoro che trascende la sua epoca, un manifesto che parla a ogni generazione. Esposta in un contesto che ne amplifica il significato, essa si rivela non solo un’opera d’arte, ma un simbolo di resistenza, un monito e una speranza. Palazzo Cipolla, con la sua austera eleganza, diventa il teatro ideale per questa rappresentazione, un luogo dove il sacro e il profano, l’antico e il moderno, si incontrano in un dialogo che è al tempo stesso poetico e politico. E mentre il visitatore si sofferma davanti alla tela, immerso nei suoi dettagli, nei suoi colori, nella sua luce, si rende conto che l’arte di Chagall non è mai fine a se stessa. Essa è un invito, una sfida, un atto di resistenza contro l’oblio. E così, quando lasciamo la sala, portiamo con noi non solo l’immagine di una crocifissione, ma il senso profondo di un dialogo che continua, una luce che non si spegne.
Roma, Sala Umberto
FAMILIE FLOZ
FESTE
Un ’opera di Andres Angulo, Björn Leese, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk, Michael Vogel
Con Andres Angulo, Johannes Stubenvoll, Thomas van Ouwerkerk | Co-Regia Bjoern Leese
Una produzione di FAMILIE FLÖZ
In coproduzione con THEATERHAUS STUTTGART, THEATER DUISBURG, THEATER LESSING WOLFENBÜTTEL. CON IL SUPPORTO DEL HAUPTKULTURFONDS
Regia di Micheal Vogel
In una maestosa villa sul mare, tutto è pronto per la celebrazione di un matrimonio e della consequente festa. Dietro la villa, si nasconde un cortile, sporco e caotico, dove il personale lavora senza sosta per cucinare, preparare, sorvegliare, pulire, riordinare. Dal custode al cuoco, dalla donna delle pulizie al direttore, tutti fanno del loro meglio per rendere la festa nella casa padronale un’esperienza indimenticabile. All’ombra della villa, la servitù cerca di assicurarsi il proprio posto nel rigido ordine gerarchico. Condannati a passare una vita in secondo piano, lottano per la dignità e per il rispetto dei forti e dei ricchi. Quando una donna fa la sua apparizione nel cortile, questo ordine viene lentamente ma inesorabilmente scardinato. Incinta e con uno zaino pesante cerca rifugio nel cortile. In cambio di protezione e dello stretto necessario, offre discretamente il suo aiuto. Come per magia, la sconosciuta tesse una fitta rete di relazioni e la vita dei residenti e del personale inizia a cambiare in modo impercettibile. La rigidità lascia il posto alla flessibilità, i desideri irrealizzabili vengono esauditi e gli attacchi di panico vengono placati dalla forza della nuova vita. Mentre il matrimonio viene celebrato nella villa con glamour, feste e danze, la celebrazione della vita avviene nel cortile, con tutti i suoi abissi e le sue contraddizioni. FESTE è una favola senza parole per adulti, in una poetica miscela di tragedia e slapstick. Una storia sulla ricerca della felicità individuale, ma dietro la quale si nasconde ben altro. Qui per tutte le informazioni.
Christum wir sollen loben schon BWV 121 eseguita per la prima volta il 26 dicembre del 1724 presenta una coppia di corali di Martin Lutero affiancati da quattro movimenti che fissano testi di un poeta sconosciuto basati sugli stessi corali luterani. La partitura è composta da tenore, contralto, basso e soprano solisti, coro, oboe d’amore, archi e basso continuo, con un e un trio di tromboni nei movimenti esterni. Il primo movimento (nr.1) è una potente fuga corale su un soggetto arcaico, un inno natalizio del 450 d.C. con l’orchestra al completo che raddoppia il coro. Segue (nr.2) un’austera aria con da capo in forma di trio sonata affidata al tenore solista, oboe d’amore e continuo. Il nr.3 è un severo recitativo secco per contralto solista e organo continuo e il quarto è una robusta aria con da capo cantata dal basso accompagnato da archi e continuo. Il nr.5 è un secondo recitativo secco per soprano solista e continuo. La cantata si conclude (Nr.6) con una robusta armonizzazione del secondo corale di Lutero per coro e orchestra colla parte vocale.
Nr.1 – Coro
Dobbiamo lodare Cristo,
il Figlio della pura vergine Maria,
finchè il caro sole risplende
e raggiunge i confini del mondo.
Nr.2 – Aria (Tenore)
Oh te, creatura esaltata da Dio,
non cercare di comprendere, no, no, ma ammira:
Dio vuole compiere la salvezza della carne attraverso
la carne.
Così grande è il Creatore di tutte le cose
e tu così meschino e insignificante,
eppure viene a salvarti dalla rovina.
Nr.3 – Recitativo (Contralto)
L’Essere dalla grazia incommensurabile
non ha scelto il cielo
come sua dimora,
poiché la sua misericordia non ha limiti.
Che miracolo, che impedisce alla ragione e alla saggezza
di penetrare un tale mistero,
quando la grazia si riversa in un cuore innocente.
Dio sceglie questo corpo puro come tempio della sua
gloria,
per trasformare l’umanità in modo meraviglioso.
Nr.4 – Aria (Basso)
Il gioioso sussulto di Giovanni
subito ti riconosce, mio Gesù.
Con il braccio della fede che lo sostiene,
il mio cuore vorrebbe lasciare il mondo
per affrettarsi con fervore alla tua mangiatoia.
Nr.5 – Recitativo (Soprano)
Ma come contemplarti nella tua mangiatoia?
Il mio cuore geme: con le labbra tremanti e socchiuse
ti porta grato la sua offerta.
Dio, che è incommensurabile,
acquista la povertà e la forma di servo.
E poiché ha fatto questo per la nostra salvezza,
unendoci ai cori angelici
eleviamo un canto di lode e ringraziamento!
Nr.6 – Corale
Lode, onore e gratitudine a te,
Cristo, nato da una pura vergine,
al Padre e allo Spirito Santo
da ora e per sempre.